The Neon Demon: il dito medio di Refn al mondo del cinema


Prologo con digressione personale

Ho visto The Neon Demon a una sorta di una prima nazionale. Con la stampa. Nella mia università milanese. A poche file da Dario Argento presente in sala. Mi è sembrato tutto molto strano: non capivo che cosa fosse effettivamente fuori posto e sono giunto alla conclusione che probabilmente quel qualcosa ero io.

Ma, come si tende ad aggiungere in situazioni di codesta tipologia, ‘sticazzi. Alle spalle ho visioni di Drive, Only God Forgives e del primo Pusher, questo è quello che conosco di Refn. Di The Neon Demon non ho visto il trailer e nemmeno ho letto la trama per arrivare completamente vergine alla visione. Non sapevo nulla se non qualche cosa che avevo intuito dai titoli degli articoli usciti dopo la proiezione a Cannes in cui il film è stato definito “scandaloso” e, diciamo, non è stato poi così tanto apprezzato. E devo dire che arrivare alla proiezione in questo modo è stato assolutamente un bene.

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Trofei vinti dopo una personale giornata di caccia. Grazie Darione.

E’ Nicolas Winding Refn alla più elevata potenza, è forse il lavoro in cui spinge davvero sull’acceleratore e decide di fare oggettivamente quell’accidenti che vuole. Quindi o lo ami o lo odi o comunque lo comprendi e tieni le critiche per te. Perché il film è un pretesto, un modo per presentarti fotografie in (pochissimo) movimento curate fino all’inverosimile, immagini magistralmente realizzate che starebbero benissimo racchiuse in una cornice e appese a un muro. Con il suo stile ormai sempre più consolidato, Refn realizza quello che forse è il suo film più personale, raggiunge quello stadio che probabilmente ha sempre pensato di voler raggiungere: un oggetto più vicino all’arte che al mondo del cinema, un UFO impossibile da identificare e categorizzare, ma estremamente affascinante.

Un film che si mette in scia a un filone rappresentato più da un Jodorowsky (che appare tra i ringraziamenti nei titoli di coda), un Beyond the Black Rainbow o un Begotten con spunti da un certo cinema italiano di genere come quello di Argento, appunto. Quindi o lo ami o lo odi, e proprio per questo gli voglio bene. Ma, come si dice, non tutto è oro quello che luccica.

Perché OK, tutto molto bello, immagini affascinanti, sequenze oniriche magnificamente architettate e una colonna sonora elettronica meravigliosa, ovvero l’unica cosa che sembra avere un ritmo in questo film, ma The Neon Demon pare l’ennesima dimostrazione che a Refn serva davvero uno sceneggiatore per tirare fuori il capolavoro del decennio e della sua carriera cinematografica.

Perché la storia è banale, non ci sono colpi di scena, ci sono intere sequenze che paiono buttate per fare numero (per quanto visualmente spettacolare, l’intera scena dell’esibizione alla festa iniziale e quella che probabilmente ha scandalizzato Cannes che non vi dico qual è perché rispetto voi spettatori futuri e non vi regalo spoiler a caso) e attori chiamati più per il nome che per la funzionalità nella narrazione, cioè poco più di un cameo per Christina Hendricks e un Keanu Reeves che sbatte un paio di porte, fuma qualche sigaretta e poi sparisce.

I riflettori vengono comunque rubati da una enorme Elle Fanning con una interpretazione così leggera ma allo stesso tempo così costantemente presente e ingombrante.

"Ciao, sono Michelangelo Antonioni e in confronto i miei film hanno il ritmo di Transformers"

“Ciao, sono Michelangelo Antonioni e in confronto i miei film hanno il ritmo di Transformers”

Altro problema enorme è il tema. Si gioca tutto su questa battaglia tra bellezza esteriore e interiore, tra bellezza naturale e artificiale, tra successo e caduta nell’oblio. Tema di per sé interessante e ben affrontato per quanto nel finale sprofondi nell’eccessività metaforica, mettendola proprio in scena ed evidenziando la morale con un pennarellone nero indelebile.

The Neon Demon non è un film per nulla facile, va digerito con il tempo e metabolizzato. Bisogna aspettare, capirlo, rifletterci un po’ su prima di decidere se effettivamente è qualcosa o l’ennesimo dimenticabile tentativo di Refn di tornare in auge, un regista che ormai non vuole narrare e vuole essenzialmente fare quel cavolo che gli pare. E questo è il suo apice.

Con questa “sorta di remake arty di Suspiria” (definizione che ho rubato a Federico Bernocchi, conduttore di Canicola su Radio2 e calcista, quando gli ho chiesto che ne pensasse essendo presente anche lui alla proiezione, mi piaceva la frase ed eccola citata), Nicolas Winding Refn torna a far parlare di sé. E questo è un bene. Come dice un notissimo cantautore italiano ormai dimenticato è davvero un problema quando “sei troppo bella da dimenticare, sei troppo bella da desiderare”.

The Neon DemonIMDb Wikipedia

Giacomo Borgatti
I genitori lo iniziano alla settima arte grazie a operai cassaintegrati inglesi che si spogliano per fare qualche soldo. Da quel momento, il cinema è la sua droga. Amante dell’horror, dei musical (ma quanto sono belle quelle coreografie tutte sincronizzate?) e dei fumetti, crede e spera che Christian De Sica sia un’allucinazione collettiva o una grande burla allo spettatore ormai impossibile da fermare.

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