The Nice Guys: bentornato Shane


Lo metto subito in chiaro: voi gli dovreste volere bene a Shane Black. Gliene dovreste volere per un sacco di motivi diversi, che passano da Arma Letale e L’ultimo boyscout e atterrano in cosine poco conosciute come Kiss Kiss Bang Bang e Scuola di mostri o poco amate come Iron Man 3 (che, tutt’ora, è uno dei pochi film Marvel che si distacca dallo stile uniforme dei film Marvel). Gli dovreste voler bene perché uno che a 26 anni ti scrive la sceneggiatura di Arma Letale, diventa uno degli sceneggiatori più pagati di Hollywood e si ritira giovanissimo a godersi i soldi, per poi tornare, con calma, anni dopo e riprendere da dove si è fermato, un po’ del vostro amore se lo merita.

Va' che faccia va'...

Va’ che faccia va’…

Shane Black è bravo. Bravissimo. Perfetto? No, quello no. Ha i suoi difetti, come tutti, e The Nice Guys ce li ricorda, ma una sceneggiatura media di Shane Black è pur sempre meglio di un sacco di sceneggiature ottime di tantissima gente.

The Nice Guys è la classica storia di due sfigati che si ritrovano coinvolti in una cosa più grande di loro. Da una parte c’è Russel Crowe (che ci crede tantissimo, in questo film, e si vede e ci dà l’anima tipo “o la và o mi tocca Il gladiatore 2: ritorno dagi campi elisi”), un mezzo buzzurro, picchiatore e senza molto cervello e dall’altra c’è Ryan Gosling, con baffetto anni ’70, vizio del bere, figlia adorabile a carico (la Hollie di questo film è la diretta erede della Darian di L’ultimo boyscout, ma meno rompipalle) e un carattere che definire “viscido” è un complimento. Ma è come quella roba della nitro e della glicerina: li metti insieme e ti diverti.
Come classico di queste storie classiche, il tutto parte da un caso semplice (la morte di una pornostar e la scomparsa di una ragazza) e poi diventa, man mano, sempre più grosso, più pericoloso, più strampalato.
Sullo sfondo gli anni ’70, i look, le facce e la musica di quel tempo. Un atto d’amore per il periodo e per quel genere di storie, un hard boiled venato di un bellissimo umorismo, con dei momenti alla John Landis che servono per stemperare la tensione e per affezionarti ai personaggi, che ti ritrovi lì a pensare “Ma no, dai, non è possibile”, mentre ridi.

Difetti? Sì, certo. La seconda parte rallenta e perde il ritmo, diventando un po’ troppo tirata per le lunghe, ma quando arrivi all’esplosivo finale la cosa passa in secondo piano. C’è qualche personaggio sfruttato poco o non quanto avresti voluto. E la regia, solida e pulita, si mette al servizio del film, senza strafare, ma non può che farti pensare che nelle mani di qualcun altro, avrebbe fatto ancora più faville.

Ma rimane il fatto che Shane Black è tornato. Che sono tornati i suoi personaggi storti e dolenti. Le sue battute brucianti. Le sue situazioni paradossali e divertenti. La sua violenza improvvisa e inattesa. Ma, soprattutto, che è tornato qualcuno che il cinema lo sa scrivere e scrivere sul serio.
Andate a vedere The Nice Guys. E ricordatevi di amare Shane Black.

Soffre di bulimia cinematografica e quindi guarda di tutto e la cosa gli piace, tranne quando si ritrova a chiedersi “Perché sto guardando Step Up 4?”. La risposta è che non ha importanza, fino a quando è seduto dentro una sala, al buio, sprofondato in una poltrona (oddio, magari nel caso di Step Up 4 un po’ di importanza ce l’ha, ma sorvoliamo).

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This article was written on 03 Giu 2016, and is filled under Scuse per parlare di film.

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