Una tranquilla serata tra pazzi: The party


A me piace molto, il teatro. Per molti aspetti, mi piace anche il cinema tratto da opere teatrali, anche se non sempre funziona. A volte si cerca di levare l’impostazione teatrale e rendere il tutto più cinematografico e, inevitabilmente, si rovina tutto (per esempio: La cena dei cretini è un film divertentissimo che non tradisce le sue origini, mentre la versione americana con Steve Carrell è orribile).
The Party, anno 2017, è stato scritto dalla regista stessa, Sally Potter (che, forse, conoscerete per Orlando e per L’uomo che pianse e, se no, ecco, varrebbe la pena recuperare), e ha una impostazione squisitamente teatrale. Ambientato tutto in interni (a parte brevi scene in un patio), con sette attori, in tempo reale, racconta una cena tra amici per celebrare la tanto agognata elezione a ministro ombra del Dipartimento della Salute della padrona di casa.

La quarta parete.

Ovviamente ci sono cose che non funzionano, problemi in vista, tensioni sopite e tutto andrà in malora.
E lo fa bene o lo fa male?
The Party è un film che vive di una doppia anima: da un lato ha ritmo, la tensione cresce immediatamente, nello sguardo stralunato di Timothy Spall, nelle telefonate che riceve Kristin Scott Thomas, nella cocaina di Cillian Murphy, nel carattere al vetriolo di Patricia Clarkson e nel resto dei personaggi, tutti alle prese con qualcosa che sta influendo sulle loro vite. Dall’altro, la pellicola spesso si attorciglia in dialoghi costruiti che la rendono meno naturale e danno al tutto un’aura artificiosa che affossa quella che, fino a quel momento, era stata una scena che stava funzionando perfettamente.

Momenti un po’ così.

Di sicuro il film ha dalla sua dei personaggi ottimamente costruiti (tra cui quello di Patricia Clarkson e il suo cinismo e l’eccellente Bruno Gans, nei panni di un life coach naturopata che in tempi di no-vax è perfetto) e ti porta verso il rapido finale (un’ora e dieci di pellicola) senza mai annoiare, pur con i difetti suddetti. A cui si va aggiungere un finale, a sorpresa, che però chiude tutta la vicenda senza realmente dare una chiusura e, questo, forse, è il peccato maggiore.
Gli sarebbero bastati dieci minuti di più e un pizzico di coraggio maggiore e, in questo momento, staremmo parlando di tutt’altra genere di pellicola.

Soffre di bulimia cinematografica e quindi guarda di tutto e la cosa gli piace, tranne quando si ritrova a chiedersi “Perché sto guardando Step Up 4?”. La risposta è che non ha importanza, fino a quando è seduto dentro una sala, al buio, sprofondato in una poltrona (oddio, magari nel caso di Step Up 4 un po’ di importanza ce l’ha, ma sorvoliamo).

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This article was written on 22 Mar 2018, and is filled under Scuse per parlare di film.

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