L’originalità di The Place è di quella che non ti aspetteresti


 

Un misterioso uomo sulla quarantina è seduto ad un tavolo in un angolo di un bar/tavola calda, in fondo, solo, sorseggia caffé mentre legge una grossa agenda su cui ogni tanto prende anche appunti. Trascorre le sue intere giornate lì, così, in una continua routine, interrotta solo da frequenti visite di varie persone, sempre la stessa gente, che torna esclusivamente per parlare con lui.
Ognuna di queste persone esprime desiderii, chiede delle cose a quest’uomo senza nome, il quale come contropartita pretende non denaro o favori ma delle piccoli missioni da compiere entro un determinato lasso di tempo, missioni folli, orrende, brutali, sconvolgenti, talvolta pericolose ma sempre e comunque ai limiti dell’impossibile per chi è chiamato ad eseguirle.
Perché vengono effettuare queste contro-richieste? Non si sa. Chi è l’uomo che chiede in cambio queste prove di forza d’animo? Non lo sappiamo.
Per tutto il tempo del film infatti lo spettatore è a chiedersi quale sia la vera identità dell’uomo misterioso. Sarà l’umana trasfigurazione di Dio? Un diavolo, un demone, un angelo cattivo? Un messaggero della volontà di un sadico essere metafisico? Il nostro destino?

Film da vedere assolutamente. La migliore pellicola italiana della stagione. Qualcosa di così originale non lo si vedeva da tempo e difficilmente si potrà girare nel prossimo futuro. Piccola nota: il soggetto del film è tratto dalla serie televisiva statunitense “The Booth at the End”. Il regista – Paolo Genovese – è lo stesso di “Perfetti sconosciuti”.
Di buono c’è che anche nei momenti in cui si potrebbe cadere nel banale, nello scontato, i personaggi non filosofeggiano – almeno non tantissimo – i dialoghi non tendono necessariamente al già detto, già sentito, alla solita solfa. Per di più in questo gruppo di figure sull’orlo della disperazione totale non ci sono eroi assoluti – anzi – tutt’altro. Allo stesso modo è difficile trovare una personalità del tutto negativa. Qualcosa che non va (?): a parecchi potrebbe sembrare un film “lento”, troppo “parlato”, ma a mio avviso non è affatto un problema.

Valerio Mastandrea in "The Place".

Valerio Mastandrea in “The Place”.
(Fonte: blog.Screenweek.it)

Valerio Mastandrea è da premio. Il suo miglior film di sempre. Recita straordinariamente la parte dell’uomo che ascolta e che prova ad esaudire le richieste. Sul volto porta con gran classe tutta la fatica di chi deve sopportare sulle sue spalle il peso di un’umanita sordida e disgraziata. Il suo è un infausto compito, una missione che sembra non aver scelto e da cui è tuttavia sfiancato.
Un’ottima prova anche per Sabrina Ferilli. Quant’acqua è passata sotto i ponti dai tempi dei suoi esordi cinematografici. Qui riesce a dare il meglio di sé in pochi ma intensi dialoghi; il climax lo si raggiunge in uno scambio di sofferenti sguardi con Mastandrea. La sua è una parte semplice: una cameriera che aspetta qualcuno che arrivi a volerle bene; una persona perlopiù rassegnata, ma tutto sommato buona, generosa, comprensiva e con un barlume di Speranza nel cuore. Alba Rohrwacher è perfetta per il ruolo della suora che, avendo perso Dio, cerca una strada rapida per ritrovarlo.

A Giulia Lazzarini il ruolo di un’anziana signora che vorrebbe che suo marito guarisse dall’Alzheimer. Marco Giallini – ancora una volta – interpreta il poliziotto dai modi spicci, anche se questa volta il suo personaggio è disperato e praticamente in “crisi di vocazione”. Rocco Papaleo delizioso nei panni di un meccanico che vorrebbe trascorrere una notte infuocata con la bellissima modella che guarda ogni giorno sul poster che ha appeso in officina. Fortunatamente non gigioneggia, sta nel suo, non esagera con quella voglia irresistibile di risultare simpatico ad ogni costo; il ruolo assegnatogli infatti non lo richiedeva affatto. Bene così.

Vittoria Puccini è una donna che deve sedurre un vicino per far riaccendere il fuoco della passione in suo marito.
Per Vinicio Marchioni la parte del papà disperato che vorrebbe che suo figlio guarisse da una malattia terminale. La ragazza con non molto sale in zucca che vorrebbe diventare bellissima ha il volto di Silvia D’Amico. Alex, il suo ragazzo, invece ha le sembianze di Silvio Muccino. Un Muccino misurato che – stranamente – si fa apprezzare. L’eccellente Alessandro Borghi – appena visto nella serie tv Suburra – è chiamato a interpretare un altro ruolo parecchio coinvolgente. Un ragazzo cieco che vorrebbe essere amato da una donna senza tutte le complicanze causate della cecità.

Nota 1: il titolo “The Place” fa ovviamente riferimento al luogo in cui è ambientato il 99% del film. L’impianto della pellicola è praticamente teatrale: si tratta quasi solo di dialoghi 1 a 1. Gli attori sono seduti ad un tavolo per quasi tutto il tempo e parlano, discutono appasionatamente, bisbigliano, urlano, si disperano, inveiscono, ecc.
Nota 2: credo proprio che questo film sia stato girato presso il ristorante “Sacco”, qui a Roma, in via Gallia.
Nota 3 (personale): io adoro il Ristorante Sacco, però l’altra sede, quella in via Amelia.

Ho visto “The Place” al cinema qualche settimana fa. Credo sia ancora in sala, per cui una di queste sere andateci. Mi ringrazierete.

The Place
di Paolo Genovese (Italia, 2017)
con Valerio Mastandrea, Sabrina Ferilli, Marco Giallini,
Alba Rohrwacher, Vittoria Puccini, Vinicio Marchioni, Rocco Papaleo,
Silvia D’Amico, Giulia Lazzarini, Silvio Muccino, Alessandro Borghi

One Comment

  1. The Place | Smeerch.it
    dicembre 19, 2017

    […] Un misterioso uomo sulla quarantina è seduto ad un tavolo in un angolo di un bar/tavola calda, in fondo, solo, sorseggia caffé mentre legge una grossa agenda su cui ogni tanto prende anche appunti. Trascorre le sue intere giornate lì, così, in una continua routine, interrotta solo da frequenti visite di varie persone, sempre la stessa gente, che torna esclusivamente per parlare con lui. Ognuna di queste persone [Questa volta la scheda continua sul sito Gli88Folli.it] […]

Lascia un commento