Ma parliamo di The Shield (spoiler free)


“Tu lo guardi The Shield?”
“Ehm…sì…come no…”

“Hai visto che figata? Dove sei arrivato?”
“Uhm…ehm…mi pare a quella dove…cosa c’era settimana scorsa?”
“La scena dove interrogano il tizio, ma lui entra prima”
“Ah ecco. Sì. Lì”

Come potreste avere intuito dal dialogo qui sopra, non guardavo The Shield, ai tempi. Ma che tempi erano, di preciso?

È il 2002. Internet è ormai in giro da un pezzo, ma ancora il procurarsi serie TV in contemporanea con l’America è cosa che pochi fanno. Ci si sbatte ancora tra i DVD di importazione e le programmazioni folli della televisione generalista. Io, The Shield, non lo guardavo per tutta una serie di ragioni che potremmo riassumere in “ero troppo impegnato a uscire a ubriacarmi ogni sera, per farlo” e quindi mi perdo un pezzo importantissimo della storia delle serie televisive e continuo a farlo per le prime due stagioni. Poi incappo in un’offerta nel Media World vicino a casa mia (che è praticamente un’estensione del mio salotto, a giudicare da quanto tempo ci passavo dentro) e compro la prima stagione a tipo noveeuroenovantanove e me la porto a casa. Guardo il primo episodio. Batto gli occhi e mi sono guardato tutti e tredici le puntate che compongono la stagione.

Farmington

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Cosa c’è a Farmington? C’è una vecchia chiesa sconsacrata (ribattezzata The barn, il fienile, in continuità con il soprannome di The farm per il quartiere di Farmington) all’interno della quale c’è il distretto di Polizia.
Chi c’è nel distretto di Farmington? Uomini e donne che lavorano per combattere giornalmente il crimine. E lo Strike Team di Vic Mackey. Vic ha tre uomini, al suo comando, con l’incarico di tenere a bada, contrastare e combattere la criminalità per strada. Soprattutto si occupa delle bande che invadono il territorio e lo fa con metodi brutali e spicci che gli hanno attirato l’antipatia di molti colleghi.
Ma, soprattutto, Vic e la sua squadra non esitano a farsi corrompere, a rubare e a maneggiare la legge in modo da trarre guadagno (spesso e volentieri monetario, ma a volte anche a livello di favori e posizioni di potere).
Chi altri c’è nel distretto di Farmington? C’è il capitano Aceveda, di origini ispaniche, politicamente ambizioso e, per spianare la sua carriera verso il ruolo di sindaco, intenzionato a incastrare lo Strike team.
Ci sono i detective Claudette Wyms e “Dutch” Wagenbach: stolida, tutta d’un pezzo, ligia al dovere la prima; intelligente, imbranato, vittima del bullismo di Vic il secondo.
Ci sono i poliziotti di pattuglia come Danny e Julien, con i loro problemi, con la strada che li accoglie ogni giorno, ma che cerca anche di ucciderli, con i loro segreti.

Le linee d’ombra

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Non ci sono realmente buoni e cattivi, a Farmington. Non c’è il bianco e il nero. Ci sono solo sfumature di grigio. Tantissime, infinite, inevitabili sfumature di grigio. I cattivi fanno cose buone, i buoni fanno cose cattive. I malvagi rubano e uccidono anche per proteggere i propri cari, per vendicare delle situazioni che non si possono risolvere legalmente, per pagare spese mediche a chi ne ha bisogno. I cavalieri in armatura bianca si sporcano perché, a volte, la legge non gli permette di fare giustizia e devono accettare di piegarla ai propri bisogni.
Ma spesso sono i bassi istinti, a farla da padrona: la vendetta, la violenza, il desiderio di dimostrare di essere un detective migliore, una persona più in gamba, più onesta. Nessuno è pulito, a Farmington, e, a un certo punto, ti rendi conto che, quando ti ritrovi a fare il tifo per questo o per quel personaggio, non lo sei più neanche tu.

Lo scudo

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Ruota tutto intorno allo scudo della legge, dei ruoli di potere, della linea di demarcazione tra chi può fare determinate cose e passarla liscia e chi no. Shawn Ryan, creatore della serie e suo produttore esecutivo per tutte e sette le stagioni, si è ispirato ai fatti realmente accaduti collegati alla divisione Rampart di Los Angeles e porta sullo schermo una Los Angeles assolata e calda che fa da contrasto con l’oscurità che pervade le situazioni e le persone che fanno parte di Farmington. Durante la serie, diversi scrittori diventeranno produttori esecutivi, tra cui un certo Kurt Sutter che prende in mano la serie, a un certo punto, e più avanti scriverà e produrrà quella cosa bellissima che risponde al nome di Sons of Anarchy (di cui la nostra Maria ha parlato a profusione qui).

Tutti quanti, chi più chi meno, ci metteranno davanti la fatto che tutti i personaggi, presto o tardi, perdono la bussola morale, la rigirano, ne cambiano l’orientamento. Ci sono delle scene forti (tra cui una con Doug, che è uno dei personaggi più positivi della serie, e un gatto) che avrete difficoltà a guardare con entrambi gli occhi aperti, credetemi.

The Shield dura per sette stagioni. Vince un sacco di premi. Ti trascina dentro e ti ritrovi a voler bene a tutti, dal buon Doug, per l’appunto, a quello svitato di Shane, all’ambiguo Aceveda, via via fino a tutte le guest star (attori come Glenn Close e Forest Whitaker si ritroveranno ad assumere ruoli importanti per una o due stagioni). Ti scopri a seguire trame scritte divinamente da grandi autori, tra cui un David Mamet che a un certo punto prende la penna e insegna a tutti come si costruisce un noir degno di questo nome.

The Shield finisce e, come tutte le serie ben scritte, ti lascia con il desiderio di averne ancora e delle domande: chi ha vinto? Chi ha perso? Chi aveva ragione? Che ne sarà di loro? Ma, soprattutto, che ne sarà di me? Il senso di vuoto, alla fine della serie, è grandissimo. E quando qualcosa è scritto così bene da farti sentire abbandonato, c’è da levarsi il cappello e ringraziare, mentre si pensa che si sentirà la mancanza di quei violenti, bugiardi, corrotti e senza scrupoli figli di buona donna.

Soffre di bulimia cinematografica e quindi guarda di tutto e la cosa gli piace, tranne quando si ritrova a chiedersi “Perché sto guardando Step Up 4?”. La risposta è che non ha importanza, fino a quando è seduto dentro una sala, al buio, sprofondato in una poltrona (oddio, magari nel caso di Step Up 4 un po’ di importanza ce l’ha, ma sorvoliamo).

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This article was written on 22 Mar 2016, and is filled under Binge-watching.

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