Lo strano caso di This ain’t California


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Mettete una sera di fine agosto a Parigi. A un certo punto un vostro amico vi fa: andiamo a Saint-Denis, c’è un posto in cui non sono mai ancora stato ma che sembra interessante, ci sono anche dei concertini e poi proiettano un film gratis. Saint-Denis, per chi non lo sapesse, è nella più problematica banlieue nord di Parigi: tipo, dove ogni tanto si accende la guerriglia urbana e i ggiovani danno fuoco alle macchine un po’ a caso. Ma il film, allora, di che si tratta? Di un documentario sullo skateboard. Mah, sono scettico. Un documentario sullo skateboard nella Germania dell’Est. Resto scettico, ma un po’ più incuriosito. E poi sono pur sempre andato a vedere documentari senza dialoghi sulle mucche, documentari sulla squadra nazionale di hockey su ghiaccio sovietica, e altre cose apparentemente improbabili. Non mi tiro certo indietro davanti allo skateboard durante la Guerra Fredda. Mi convinco: andiamolo a vedere.

E, sorpresa, il film è bello. C’è lo skateboard, certo, ma c’è anche molto altro, il racconto di una generazione ma anche una storia di amicizia nella RDT. Si inizia con un gruppo di amici che si ritrovano dopo anni: uno di loro è morto, soldato in Afghanistan. Sono tutti stupiti: da anni ne avevano perso le tracce e nessuno si aspettava che potesse essere diventato militare, proprio lui, la testa calda che andava contro ogni autorità, una sorta di poeta maledetto dai capelli biondi, la bellezza androgina e un’impressionante bravura con lo skateboard. Proprio lui che era talmente provocatore da meritarsi il soprannome Panik, per la sua capacità di creare, dal niente, un’escalation di bravate che scatenavano l’anarchia.

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Il film è dunque sulla nascita del movimento di skaters in Germania dell’Est, ma soprattutto su Panik, che ne era stato uno dei simboli. Attraverso materiale d’epoca, spezzoni di vecchio Super-8, materiale d’archivio, si ricostruisce l’amicizia tra un gruppo di ragazzi e Panik, figlio di un atleta olimpionico, educato rigidamente per diventare un grande campione di nuoto, ma troppo ribelle, al punto da mollare tutto e trasferirsi dalla provincia a Berlino per stare a zonzo insieme agli altri perdigiorno di Alexanderplatz, a fare skateboard, provocare i passanti, bere, fumare e spassarsela con le splendide e poco pudiche ragazze dell’Est. Le immagini d’epoca riprendono quest’atmosfera molto punk, tra feste che finiscono quasi sempre in orgia, numeri sempre più audaci con lo skate, e personaggi marginali ma estremamente vitali. Nel frattempo lo skateboard cresce d’importanza: il governo decide che non può reprimerlo, come inizialmente provava a fare, perché il numero di praticanti è sempre più numeroso. Prova allora a incoraggiare un movimento nazionale, e mandare i suoi atleti ai campionati che si iniziano ad organizzare, anche oltre la cortina di ferro.

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Solo che in quei campionati ci sono anche i tedeschi dell’Ovest. I due gruppi fanno amicizia, una giornalista di una rivista specializzata ha una tresca con Panik e, insomma, lo scambio tra le due Germanie inizia. Clandestinamente viene portato materiale dall’Ovest all’Est, skateboard migliori. Le due Germanie vogliono unirsi, simbolicamente e carnalmente, e questo non va bene. La Stasi decide di intervenire. Durante uno degli incontri tra i gruppi di ragazzi dell’Ovest e dell’Est ecco spuntare i poliziotti, l’incontrollabile Panik ovviamente va ad attaccar briga, e viene messo a gabbio. Pochissimo tempo dopo, il muro viene abbattuto, il resto è storia. Per un certo tempo Panik continua ad avere una corrispondenza flirtosa con l’amica giornalista, ma poi se ne perdono le tracce. Fino alla notizia incredibile, e l’invito al funerale. Il film chiude sulla sua foto da militare, ed è dedicato alla sua memoria.

Questa la storia di Panik, e dei ragazzi dell’Est che con uno skateboard sotto i piedi sognavano la California, o anche solo la libertà che c’era ad Ovest. Dai primi skateboard di fortuna all’arrivo di materiale migliore, dal folklore di Alexanderplatz agli incontri con i campioni americani, c’è un’aria sognante, un po’ tra Goodbye Lenin e i film di Gondry. Ci sono interviste ma anche spezzoni animati (qualcosa di non troppo lontano dal buon Michel), ben fatti, tra l’altro, a coprire quelle parti di storia per cui non ci sono documenti visivi. Bel film, dunque. Torno a casa soddisfatto, discorrendo con il mio amico, e a immaginare quanto dovessero essere speciali quelle estati tedesche, pochi amici con delle tavolo di legno su ruota, una super-8, a fare cazzate e filmarsi. E le feste che finiscono in modo molto punk, e le ragazze che si spogliano senza imbarazzo, e quella fauna di personaggi memorabili, di cui magari anni dopo si ricorderanno le imprese, le bravate, i soprannomi immaginifici, ignorando magari che nel frattempo sono diventati impiegati di banca. Pensiamo alla magia di avere sedici anni e una telecamera a disposizione in un Paese in cui doveva essere una rarità. E poi… il resto è spoiler, potete decidere se leggerlo o no, se aspettare di vedere il film. Il resto, va detto, è un articolo su qualcos’altro.

Lo strano caso di this ain’t California

… e poi, dicevamo. E poi torno a casa, e cerco di ritrovare il titolo di una canzone della colonna sonora. Cerco, cerco, e finisco su IMDB. E lì mi accorgo che questo film, uscito da appena una settimana in Francia, e di cui non conoscevo nemmeno l’esistenza fino a qualche ora prima, ha scatenato una grande polemica qualche anno prima. In breve: il film era stato presentato al Festival di Berlino nel 2012 nella sezione Documentari, ma è stato poi costretto a ritirarsi. Scandalo: tipo come quando a Sanremo devono ritirare una canzone dalla gara perché s è scoperto un plagio o perché non è inedita. Nel caso di questo documentario, semplicemente, si è scoperto che NON è un documentario: insomma, tutto è finto, la Germania anni ’80 è ricostruita, gli amici di Panik sono attori, Panik non è mai esistito, ma è recitato dal modello Kai Hillebrand, mai citato nei credits. Persino quegli spezzoni di Super-8 su cui tanto vagheggiavamo io e il mio amico, beh, non sono più documentaristici che il video di Postcards from Italy dei Beirut. Tutto finto, insomma. La madre del narratore che diventa una popstar della disco tedesca anni ’80 e che decide di rimanere in Germania: falso.

Insomma, siamo davanti a un mockumentary, ma senza quella componente ludica che di solito si trova nel genere, o forse si può definire a una docu-fiction, e insomma, in qualsiasi modo la vogliate chiamare, a una narrazione che assume la forma di documentario, ma che documentaria non è. Il tutto senza dichiararlo. Cosa pensarne?
Molti dei commenti su IMDB sono letteralmente oltraggiati. Alcuni si sentono truffati o presi per il culo. Altri si interrogano sulle frontiere da non attraversare tra fiction e documentario, immaginazione e storia. Commenti molto duri sono spuntati un po’ ovunque: secondo alcuni recensori, il film è truffaldino, gioca sulla realtà storica per fini commerciali, rende un cattivo servizio alla realtà, rende vani gli sforzi degli storici, che fa violenza alla storia tedesca (oltre al fatto che il regista è della Germania dell’Ovest). Leggere per credere.
Personalmente, amo molto i generi ibridi, in particolar modo il mockumentary. Film come This is spinal tap, o una piccola gemma misconosciuta come Il mundial dimenticato mi hanno affascinato e divertito. Il documentario, tutto sommato, è da sempre più un formato che un attestato incontestabile di verità; e il dibattito potrebbe essere sostato indietro nel tempo fino ai documentari muti di Flaherty, con quell’Uomo di Aran poetico, autentico eppure allo stesso tempo molto (troppo?) “messo in scena”. Ultimamente, il film documentario di narrazione, che confonde le frontiere tra il vero e il falso, va anche di moda: penso al bellissimo La bocca del lupo, per esempio. Anche le polemiche sono però comprensibili: quali sono i confini tra il produrre un falso-documentario, e un documentario falso? Molti, come me inizialmente, hanno creduto vero quello che hanno visto e magari non avendo fatto una ricerca su Google credono ancora che sia vero. In quest’ottica, il film diventa anche uno stimolo a riflettere: siamo poi così cambiati da quando le persone ascoltando la lettura enfatica e certo maliziosa della Guerra dei mondi fatta in radio Orson Welles (nume tutelare di tutti coloro che vogliono mescolare vero e falso) avevano creduto ci fosse una vera invasione marziana in atto, andando in preda al terrore? Un secolo di cinema ci ha permesso di sistinguere il vero dal falso? Una dimensione riflessiva in più che, accessoriamente, arricchisce la visione di questo film.
Contrariamente a molti altri spettatori, sapere, a posteriori, che tutto il film è falso me lo ha fatto apprezzare anche di più. Il titolo prende tutto un altro significato: questa non è la California, quindi la stessa storia (molto classica in realtà) di amicizia, amore, formazione, rivolta, voglia di libertà, e nostalgia, non verrà raccontata secondo i canoni di Hollywood, ma in modo più originale, con meno mezzi. I ragazzi che con una sega ed un martello si costruiscono uno skateboard rudimentale e fanno credere di essere dei campioni assomigliano un po’ alla crew del film, tutto sommato. Mi hanno gabbato? Ebbene, sì. Mi hanno affascinato per un’ora e mezza? Anche. Onore a loro, quindi: una truffa fatta bene può essere più interessante e divertente di una piatta registrazione della realtà.

This ain’t CaliforniaIMDbWikipedia (solo per chi capisce il tedesco)

Marianz
Eterno studente, precario, cinefilo a tempo perso, ghostwriter, viaggiatore, oppure pornografo, chi è Marianz? Lo hanno visto aggirarsi come Belfagor per le sale del Louvre, oppure a dormire su un libro nella biblioteca della Sorbona; lo hanno rivisto tra le piccole sale del Quartiere Latino, poi a farfugliare discorsi inconcludenti a tarda notte nelle peggiori bettole dell'Est parigino. Lo hanno anche visto bere a una fontana, ma non era lui.

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