Timbuktu di Abderrahmane Sissako


Timbuktu_01

Nella short-list di preselezionati per l’Oscar al miglior film straniero, è notizia dell’ultima ora, non c’è il film di Virzì, Il capitale umano, che rappresentava l’Italia. Ci sono però altri film interessanti, tra cui spiccano, soprattutto, il polacco Ida, il russo Leviathan, l’argentino Relatos salvajes, prodotto dalla El Deseo dei fratelli Almodóvar. C’è anche un film africano: Timbuktu, del mauritano Abderrahmane Sissako, già presentato al Festival di Cannes.

Il cinema africano non è mai stato troppo presente nella lista dei candidati agli Oscar. Negli ultimi anni, il regista algerino Rachid Bouchareb è riuscito ad entrare tre volte tra i cinque finalisti, ma senza mai vincere la statuetta. In precedenza, soprattutto coproduzioni dirette da registi di grande nome: Costa-Gavras ed Ettore Scola sono stati candidati per l’Algeria, Jean-Jacques Annaud per la Costa d’Avorio (ripeto: Jean-Jacques Annaud per la Costa d’Avorio). In attesa di sapere se Timbuktu riporterà l’Africa ad Hollywood, si può già dare qualche impressione su questo piccolo gioiello di sobrietà e umanità.

Il film è ambientato a Timbuktu, durante l’occupazione del Mali da parte dei jihadisti, nel 2012. Si segue la quotidianità di una città presa in ostaggio da gente venuta da altrove, che non parla la lingua (anzi, le lingue) del posto, che si fa accompagnare da traduttori. Vengono distrutti i simboli di una cultura antica. Si impongono nuove norme riguardo all’abbigliamento (pantaloni più lunghi per gli uomini, il velo e i guanti per le donne). Sono vietate le sigarette, la musica, il canto, il calcio. La violenza dei nuovi occupanti si scontra con l’islam praticato da sempre in città, pacifico e tollerante, nei dialoghi tra il rappresentante dei jihadisti e l’imam della polverosa e disadorna moschea locale.

Poco distante dalla città, vive isolata una coppia di pastori tuareg con la figlioletta. Sono gli ultimi tuareg ad essere rimasti nei paraggi con la loro tenda. I jihadisti non li perseguitano, forse il loro capo ha un debole per la donna, che viene spesso a trovare quando il marito, Kidane, è via. In seguito ad un litigio con un pescatore, Kidane lo uccide. Seguono un interrogatorio, il processo secondo la sharia, infine la condanna a morte. Nel frattempo, in città, la vita scorre difficile, tra imposizioni assurde, retate nel cuore della notte contro chi commette il delitto di suonare e cantare, flagellazioni in pubblica piazza, e la lapidazione di una coppia sepolta nella sabbia del deserto.

timbuktu_de_abderrahmane_sissako

Il film di Sissako prende spunto da alcuni fatti realmente accaduti durante l’occupazione del Nord del Mali da parte dei jihadisti: la lapidazione di una coppia, la condanna a morte di un tuareg autore dell’omicidio di un pastore; persino la scena in cui i jihadisti intimano ad un vecchio di ridurre la lunghezza dei pantaloni, col poveretto che finisce per toglierselo e andare via in mutande, è un aneddoto tanto assurdo quanto veritiero. Per comporre questo mosaico di micro-storie, il regista ha passato del tempo a Timbuktu dopo la liberazione della città, a parlare con la popolazione locale. Il film è stato poi girato a Oualata, in Mauritania, con un cast misto di attori professionisti, semi-professionisti (soprattutto musicisti emigrati in Europa), e non professionisti, come la ragazzina che recita la figlia dei tuareg, conosciuta dal regista in un campo di rifugiati maliani in Mauritania. Nell’equipe tecnica, invece, spicca il nome di Sofian El Fani, direttore della fotografia noto soprattutto per la collaborazione con Abdellatif Kechiche.

La fotografia, in effetti, è un elemento molto importante di Timbuktu. Nonostante gli eventi drammatici, la macchina da presa resta fissa facendosi investire dai toni morbidi dei paesaggi del deserto: l’ocra polveroso della terra, il marrone della sabbia, l’azzurro del cielo, il verde dell’erba che costeggia il fiume Niger. Questo lavoro sulle sfumature di colore cattura un elemento di resistenza silenziosa, pacifica: l’imperturbabilità del paesaggio ben esprime la dignità con cui i locali cercano di sfuggire alle assurde imposizioni degli occupanti stranieri. Nelle scene notturne in cui un gruppetto di persone si riunisce a suonare e cantare, sfidando le ronde della polizia islamista, o ancora nella scena, bellissima, in cui dei ragazzi giocano a calcio senza pallone, il regista simpatizza con la popolazione locale, ma lo fa con discrezione, rispettando il pudore naturale dei personaggi, senza calcare la mano sulle emozioni.

ob_a40617_capture

Questa sobrietà di tono fa sì che le scene più forti non abbiano niente di morboso, di spettacolare. La violenza è raccontata, perché è un dovere morale farla vedere per quello che è, ma il regista pone la massima attenzione a non cadere in nessun tipo di voyeurismo. Così, le scene più brutali del film – una ragazza flagellata per aver cantato, una coppia lapidata, l’esecuzione del tuareg – durano quei pochi secondi necessari a farci prendere coscienza della brutalità, dell’ingiustizia della realtà, fermandosi però prima di trasformare la tragedia in spettacolo. Anche la scena del litigio fatale tra Kidane e il pescatore è girata con estrema maestria: un corpo a corpo concitato seguito da vicino, l’esplosione di un colpo di pistola nell’acqua, e poi, dopo aver realizzato chi ha ucciso chi, la camera si allontana sino ad aprirsi su un piano larghissimo sul fiume: da un lato, una persona agonizzante il cui destino è già segnato, dall’altro lato del fiume chi invece sta scappando verso la propria sorte; due figure seguite così da vicino fino a poco prima ed ora così piccole.

Un altro aspetto interessante del film consiste nel suo ritratto dei jihadisti, contrario ad ogni cliché: nessun barbuto, nessuno che strilla, ciascuno col suo piccolo vizio, ciascuno coi propri silenzi dietro i quali si nasconde, chissà, forse un dubbio. Se i jihadisti sono umanizzati, sono però anche mostrati sotto una luce di grottesco ridicolo: c’è per esempio Abdelkerim, che non parla nessuna delle lingue locali e si fa accompagnare da un traduttore tuareg, che gli fa anche delle lezioni di guida. Anche lui applica inflessibile la sharia, ma sente un fascino misterioso verso la moglie del pastore tuareg, si nasconde come un ragazzino per fumare una sigaretta, cerca di entrare in una discussione (in francese) con la gioventù locale sui meriti rispettivi di Zidane e Messi, facendosi schernire. C’è il traduttore tuareg che non sa spiegare bene, quando Kidane glielo chiede, per quale motivo sta con i jihadisti. C’è il giovane arrivato dalla Francia che tenta con Abdelkerim di filmare un video in cui spiega al mondo per quale motivo ha abbandonato il rap per darsi alla jihad, ma semplicemente non ci riesce, restando in silenzio e con la faccia contrita, spaesata, come un liceale che fa scena muta ad un’interrogazione.

Timbuktu, in sostanza, è un film dalla forte componente morale, che non indulge però in nessun momento al moralismo; un film di resistenza, politico e poetico al contempo; un film umano ed umanista, il cui scopo non è di far piangere ma di far prendere coscienza. Timbuktu racconta storie che non sempre arrivano nei media occidentali, ma lo fa senza rabbia, con empatia verso gli oppressi, con amore della libertà. Insomma, è un bellissimo film di resistenza.

Timbuktu – IMDbWikipedia

Marianz
Eterno studente, precario, cinefilo a tempo perso, ghostwriter, viaggiatore, oppure pornografo, chi è Marianz? Lo hanno visto aggirarsi come Belfagor per le sale del Louvre, oppure a dormire su un libro nella biblioteca della Sorbona; lo hanno rivisto tra le piccole sale del Quartiere Latino, poi a farfugliare discorsi inconcludenti a tarda notte nelle peggiori bettole dell'Est parigino. Lo hanno anche visto bere a una fontana, ma non era lui.

2 Comments

  1. Marianz
    gennaio 26, 2015
    Marianz

    Articolo scritto prima delle nomination agli Oscar. Vi faccio notare che, basandomi sulla prima short-list di preselezionati, i 4 che ho nominato io sono tutti candidati.
    Un po’ inspiegabile che non siano stati candidati né Winter sleep né (soprattutto) Mommy. Comunque l’Oscar lo vincerà Ida.

Lascia un commento

Information

This article was written on 19 Gen 2015, and is filled under Scuse per parlare di film.

Current post is tagged

, , , ,