The day after Tomorrowland: ma gli androidi sognano la fuga di cervelli?


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“Cerchiamo sognatori, perché i nostri hanno la fase REM un po’ piatta”.

Come vi vedete domani? Sia chiaro, non chiedo quale giacca metterete per andare a lavoro o dove cenerete sabato sera. Intendo proprio come immaginate il mondo tra 10 / 20 anni o anche più.
La domanda vera è: siamo in grado di pensarci ancora? Io credo di no. Qualche claim pubblicitario poi si ostina a ripeterci che il futuro è adesso. Sarà.

Per me il futuro era il 2000: esattamente lo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre ’99, quando sarebbe cambiato in modo definitivo il numero davanti e la cifra si sarebbe fatta tonda. La fine di un decennio e l’inizio di un millennio. Era la data di scadenza degli anni novanta, la fine del mondo come lo avevo vissuto fino a quel momento.

Ho sempre pensato a quel cambio data come un tempo lontanissimo e sfocato. Praticamente irraggiungibile. Immaginavo odissee nello spazio e taxi volanti. E poi ci sarebbe stata una festa nella giungla, laser verdi ovunque tipo la Valle dei Re a Gardaland e un gigantesco countdown al led che si sarebbe inceppato perché sarebbe arrivato il millennium bug.

Il futuro che aspettavo

Zio Walt si era impegnato a immaginare il futuro. Anzi, era stata una di quelle menti illuminate che aveva contribuito a plasmarlo, disegno dopo disegno. E poi a costruirlo fisicamente: per questo ha voluto nei suoi parchi l’area Tomorrowland, la sezione tematica fatta di navicelle spaziali, pianeti rotanti, caschi tirati a lucido e tutine spaziali. Un’area proiettata a un domani di pace e fiducia, come disse alla sua inaugurazione:

A vista into a world of wondrous ideas, signifying man’s achievements, a step into the future with predictions of constructive things to come. Tomorrow offers new frontiers in science, adventure and ideals: the Atomic Age, the challenges of outer space and the hope for a peaceful and unified world.

Trilly atomica

Brad Bird è un genio pure lui. Uno di quei sognatori in erba che si fanno notare subito, l’artista che unisce sensibilità e cuore con idee innovative e voglia di sperimentare. Proprio in quel fatidico 1999, in barba alla fine del mondo, Bird dà vita a un gioiellino animato quale era Il gigante di ferro, tratto dal racconto di Ted Hughes. Una favola retrò e moderna insieme, con quel rapporto bambino – robot che fa commuovere anche oggi a ogni visione. Animazione tradizionale mista a computer graphic, spirito spielberghiano fino al midollo, riferimenti ai comics di fine anni ’50, The Iron Giant è un classico extra-Disney, un cartoon formativo permeato da una tenerezza disarmante che poi Big Hero 6 ha cercato (invano, imho) di emulare.

Lacrimoni

Malgrado lo scarso successo commerciale del suo robottone, Bird era arrivato. E la Disney se l’è teletrasportato con piacere nei suoi studios. Lungimirante: vennero Gli incredibili. Per chi scrive, uno dei 3 film migliori di casa Pixar. In anticipo su tutti i filoni supereroistici che stavano per nascere, il primo a mettere esseri umani come protagonisti assoluti. La normale famiglia di supereroi era un Watchmen in versione animata, una distopia tanto complessa quanto fruibile, con quella fusione di emozioni adulte/infantili della migliore tradizione Pixar.

Come Ratatouille, il topino protagonista del film successivo, Bird non ha smesso di sognare ed è arrivata così la promozione del live action. E mica uno qualunque: Brad si lancia senza elastico nella saga di Ethan Hunt dirigendo il migliore Mission Impossibile della saga. Ghost protocol è pura spettacolarità (la scena dei guanti magnetici!) e intreccio accattivante, introduce nuovi personaggi (Simon Pegg!) senza dimenticare il protagonista (aspetto da non sottovalutare se dirigi un tale che di nome fa Tom Cruise).

Porte spalancate quindi per Tomorrowland: Lindelof alla sceneggiatura, attore protagonista di richiamo, il poderoso marketing Disney, un’idea su carta senza limiti all’inventiva.

Il risultato…

Il volto del risultato

Il volto del risultato

…è deprimente.

In Tomorrowland niente funziona come dovrebbe. Ed è purtroppo chiaro fin dai primi secondi, con un inizio verboso che abbassa subito l’hype dell’attesa: un primo piano di Clooney gigione che parla interrotto da una voce petulante e che introduce un flashback anni ‘60. Insomma non certo quell’inizio fulminante che ti incolla alla poltrona.

Via via che la storia si costruisce a blocchi poco omogenei, sono 3 le domande che vengono in mente.

La prima: ma cosa vanno blaterando tutti?
La seconda: certi product placement sfacciati erano necessari?
La terza: a chi è rivolto Tomorrowland?

Troppo nostalgico per gli adolescenti, oltremodo infantile per i più grandi, complicato per i piccoli (in sala i bambini chiedono ai genitori “ma cosa vuol dire?” tra un dialogo sulla fine del mondo e uno sui viaggi intradimensionali), banalissimo per i teenager già smaliziati. Insomma: noioso per tutti.

Con la volontà evidente di realizzare un film senza tempo, la Disney ne ha creato uno a-temporale, ibernato in un momento indefinito tra presente e futuro.

Pennellato di tocchi naïve anche nell’ambientazione moderna (il padre inventore sembra il Robin Williams di Flubber o qualunque genio strampalato da cartoon), tra echi di Westworld di Crichton e THX 1138 di Lucas, Tomorrowland sembra un remake non ufficiale del dimenticato Rocketeer, col quale condivide lo spirito retrò. Jetpack / zaino propulsore compreso.

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Persino tutto il comparto scenografico sa di già visto. Questa Arcadia tecnologica di strade ottovolanti, binari invisibili, robot riparatori,  piscine aeree e look stravaganti uguali a quelli degli abitanti di Capitol City negli Hunger Games non ha mai il respiro innovativo e l’impatto visivo da “Oh wow!”.

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Certo non aiuta avere dei protagonisti che non riescono mai a veicolare alcuna empatia. Clooney non diventa mai l’adulto consapevole in cui riporre fiducia e resta sempre un po’ distante mentre la protagonista Casey (Britt Robertson) è insostenibile nel suo overacting sfacciato tutto urletti, bocca spalancata e freddure puntualmente fuori luogo. Il classico personaggio fintissimo: niente di peggio di una ragazzina che recita male la parte di una ragazzina per far crollare qualunque credibilità.

Peccato perché c’è una terza protagonista intelligentemente lasciata fuori da poster e trailer. La Athena di Raffey Cassidy, reclutatrice bambina piena di segreti, occhi blu curiosi e un po’ inquietanti, lentiggini e piglio autoritario, è l’unica figura veramente riuscita in 130 minuti che lasciano ben poco in mente.

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Sorpresa, ci sono anch’io!

Il primo tempo ha una bella sequenza riuscita, la lotta nel negozio di memorabilia a suon di gadget di Star Wars (molto meta, molto camp, molto divertente), la seconda parte del film precipita nella letargia. Non c’è mai reale pericolo nelle sequenze più tese, non si percepisce mai genuina sorpresa nei momenti (pardon, spiegoni) rivelatori. La narrazione avanza pachidermica sventagliando discorsi infarciti di paroloni che racchiudono una banalità di fondo spaventosa. Sullo schermo si accendono le metaforiche lampadine delle grandi idee, in sala si sprofonda negli sbadigli.

Emblematica la scena sulla Torre Eiffel che dovrebbe costituire un momento di azione detonante e che invece non trasmette nessun respiro epico: tra grammofoni e codici numerici sembra di stare davanti a una qualsiasi pagina di Dan Brown. O a un film prodotto da Jerry Bruckheimer. Quando fa il suo ingresso il personaggio interpretato da Hugh Laurie la situazione è ormai irrecuperabile.

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Dr. Bla Bla Bla Bla Bla

Qui è tutto è tutto puro metodo Lindelof: complichiamo, affastelliamo, sovraccarichiamo. Poi troviamo la via più semplice per districarci. Ma forniamo tutte le spiegazioni che lo spettatore merita, così avrà le idee chiare.

Ehm. Fosse davvero così…

Qualcuno online ha già definito Il mondo di domani un Interstellar for kids. Il parallelo è azzardato, ma è vero che Casey ricorda la Murph della Chastain e tra le altre cose il suo discorso sull’ottimismo ha echi di quello sulla potenza dell’amore di Anne Hathaway. Piovono fischi.
Dimenticavo, ci sono anche tantissimi campi di grano!

Lo hanno pensato pure i grafici

Lo hanno pensato pure i grafici

Con una sequenza conclusiva di retorica indifendibile si arriva alla fine rendendosi conto di quello che è realmente Tomorrowland: un film tratto dall’attrazione di un parco a tema. Insomma, alla Pirati dei Caraibi. Ma più pesante e meno buffo.

Che il futuro di Brad Bird lo riporti a quello che può fare meglio, che non è certo questo ibrido che si autodistrugge una manciata di secondi dopo i titoli di coda animati. Quelli sì, memorabili.

Il resto… Che due cationi.

Tomorrowland – IMDbWikipedia

Uzzo
Nasce a Cavifornia e viene svezzato da Walt Disney e John Hughes. Dopo aver visto E.T. per la prima volta a 8 anni decide di chiedere asilo al videonoleggio. Si ricorda quando a nessuno interessavano le serie tv. Ama saltare a conclusioni affrettate. Nel 2010 diventa farmacista per errore. Parla attraverso le t-shirt.

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This article was written on 26 Mag 2015, and is filled under Non è il mio genere, Parlo mai di astrofisica io?, Scuse per parlare di film.

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