Fottersene alla grandissima: Transformers – L’ultimo cavaliere


C’è una piacevole simmetria tra l’evoluzione del mondo in cui operano i Transformers e la forma del contenitore, ovvero i film che costituiscono il franchise delle automobili-robottoni: così come la Terra in cui agiscono Bumblebee & co. è sempre meno simile alla nostra, così i film somigliano sempre meno a qualcosa che conosciamo e a cui siamo abituati.
Faccio una scommessa: in ogni recensione che leggerete ci saranno dei tratti comuni, che oscilleranno tra i “Non ha alcun senso la storia è un miscuglio di cose incoerenti” e il Ma che cazzo sta succedendo qui (potete cliccare, non ci sono spoiler).
Beh, hanno ragione.
La storia prevede – in ordine sparso – una cospirazione vecchia di 1.600 anni, una malvagia divinità robotica, la fine del mondo, una caccia ai Transformers, una ragazzina orfana, l’Eroe caduto, il Nemico storico, l’invasione di un pianeta ostile, un paio di Prescelti (chi per ruolo, chi per genealogia) e la riscrittura della mitologia di Re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda: a pensarci, pare il frutto di un brainstorming simile a quello per la creazione di Poochie nei Simpsons.

MOLTE IDEE

Inoltre, gli stessi Transformers, non si sa come, mostrano nuovi poteri dal nulla: come nello scorso episodio si scopriva che Optimus Prime era in grado di compiere voli interstellari grazie ai razzi che ha nei piedi (invalidando così il climax degli episodi 2 e 3, nei quali in un modo o nell’altro Optimus aveva bisogno di attrezzature adatte al volo per poter far fronte ai piani dei Decepticons), così all’inizio di questo salta fuori che Bumblebee è capace di farsi a pezzi e di muovere indipendentemente le sue parti mentre si ricostruisce, cosa che non aveva mai fatto prima e peraltro non farà mai più nel resto del film, anche quando gli sarebbe utile.
Infine, qualunque parvenza di coerenza con la fisica newtoniana è tralasciata: per esempio, nello scontro di due pianeti di pari dimensioni l’unica conseguenza è che la superficie di uno graffia quella dell’altro, senza che la gravità di entrambi venga minimamente influenzata.

Quindi sì, è vero che la storia di Transformers: L’ultimo cavaliere è un miscuglio di concetti incoerenti e raffazzonati, che le motivazioni dei personaggi sono superficiali e per la maggior parte restano inspiegate, che gli snodi narrativi sono appena accennati, che ci sono elementi in contrasto con quanto visto nei film precedenti e che le più elementari leggi della fisica sono ignorate.
Però però, a un certo punto – attorno alla terza o quarta volta che pensi “ma questa come gli è venuta in mente” – il che avviene a circa un quarto d’ora dall’inizio – è necessario prorompere in un’espressione icastica e liberatoria: MA CHI SE NE FOTTE.

La critica è quella gialla

Sicuramente uno che se ne sbatte è Michael Bay, che nella prima scena rappresenta una battaglia tra Sassoni e Britanni che dovrebbe avvenire nel 484 D.C. e in cui si vedono armature romane, rinascimentali, rovine gotiche, tutto insieme senza alcuna remora storicistica, e prosegue allegro a spaccare tutto con l’unico obiettivo di fare la scena più grossa possibile.
Un altro gruppo piuttosto nutrito per il quale la storia non è così importante è il pubblico, anche se il grosso degli incassi vengono ora dal mercato cinese piuttosto che da quello USA.
Secondo me il mercato di riferimento del film può essere una prima spiegazione: chi vi scrive non è certo un esperto di wuxiapian, ma, pensando giusto ai primi tre che mi saltano in mente, ricordo che la storia è un semplice canovaccio su cui innestare più scene di spada possibile, con coreografie elaboratissime e inquadrature impossibili. Ecco, Transformers sta diventando una serie wuxia coi robottoni, tant’è che anche le armi di Autobots e Decepticons sono passate da pistole e fucili a spade: persino Megatron ha un’armatura che pare la copertina di un album epic metal.

Next step: una Flying V

Altra ipotesi plausibile è che Bay usi i Transformers per sperimentare, perché se gli interessa è capace di raccontare una storia diritta e senza grinze come nei suoi film dall’attitudine più “indie” tipo Pain&Gain o 13 hours: coi robottoni fa le carrettate di soldi, poi, ad anni alterni, fa uscire i film che gli interessano.
In ogni caso, quando inizia la battaglia finale si comprende come la preoccupazione principale di Bay sia immaginare un cinema di dimensioni sconosciute, dove gli uomini e i robot si muovono in ambienti davvero alieni. Non servono più i costrutti umani per mostrare la grandezza della battaglia (e infatti lo scontro avviene nella campagna inglese, in una zona spopolata): serve un’enorme nave spaziale a forma di croce celtica su cui i personaggi sembrano moscerini e che tuttavia scompare, perché in realtà si combatte contro un pianeta intero.

Ora, mi si perdoni la bestialità, ma quando Lynch o Malick buttano all’aria le convenzioni narrative per creare un cinema di pura suggestione si plaude alla visionarietà e alla forza delle immagini: perché non possiamo convenire che Michael Bay faccia la stessa cosa, ovvero creare l’azione senza limiti, compresi quelli della coerenza e della fisica?
D’altra parte anche Michael Bay ha una sua poetica riconoscibile, i cui elementi sono tutti presenti nell’Ultimo Cavaliere: siano essi la scienziata bellissima (questa volta ha il bonus di essere un’attrice vera!), la presenza dei soldati americani coraggiosi e giusti, le molteplici spalle comiche.

Il vostro tipico prof di storia medievale a Oxford

A proposito dell’umorismo: la grana è grossa come d’uso, ma c’è una scena in cui l’androide-maggiordomo Cogman, che è un plagio abbastanza esplicito di C-3PO, rovina il momento delle rivelazioni (da parte di un divertitissimo Anthony Hopkins) con una trovata meta cinematografica che non sfigurerebbe in un film Pixar e che denota un’inedita capacità autoironica di Bay.
Certo, ci sono anche dei problemi: dispiace vedere Grimlock e i Dinobots ridotti ad animali da compagnia e il nuovo cattivo, la divinità Quintessa, è abbastanza insulso, ma il finale aperto lascia sperare che nei prossimi episodi venga esplorato meglio (tranquilli: sono già previsti altri tre film, più uno spinoff con Bumblebee nel passato).
O forse no: nel prossimo Bay potrebbe dimenticarsi delle premesse gettate con questo e fare un film totalmente diverso. Tanto, non è quello l’importante.

Transformers: L’Ultimo Cavaliere – IMDb Wikipedia

(un altro difettuccio è l’assenza di Tyrese Gibson, che era annunciato, ma non ha partecipato a causa di conflitti con i tempi di lavorazione di The Fate of the Furious. Ci sono un paio di momenti in cui si vede in controluce un soldato di colore che sembra proprio il suo Epps, ma purtroppo non appare mai. Peccato, ogni film avrebbe bisogno di più Tyrese)

 

Luca Traversa
Passa sull’internet senza lasciare traccia e spera di continuare così. Ha due o tre ossessioni e non fa nulla per tenerle per sé.

One Comment

  1. Pilloledicinema
    giugno 26, 2017
    Pilloledicinema

    Mi rendo conto che sotto a una recensione simile il mio punto di visto sia come classificabile come “cagacazzi” però non riesco a trattenermi.
    Il punto è che il film è una specie di sagra delle stronzate dette con convinzione e messe in scena alla grandissima. Perché sì, è vero, che il cinema di Bay si fa sempre più grosso, però è anche vero che quando fa sul serio ci si ritrova rintronati da troppi minuti di sottotrame inutili o abbandonate. Tutto per far posto ad altre sottotrame inutili.
    Parliamoci chiaro a me non frega una beneamata mazza che quando i due pianeti si scontrano la fisica newtoniana non è rispettata però ambirei a vedere un film che mi racconti una storiella non eccessivamente del cazzo (questa lo è) e che non duri quanto un sequestro di persona (e questo ci dura).
    Tutto il resto è fumo e l’arrosto è pochissimo. Il discorso che la capacità visionaria può compensare i deficit della storia è una stronzata e come vale per Malick o Lynch, vale per Bay.
    Se giri roba grossa e poi la vesti da bambinata cretina e incongruente hai una cosa ridicola, non un filmone.

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This article was written on 26 Giu 2017, and is filled under Non è il mio genere, Scuse per parlare di film.