True detective stagione 1 – Rustin through the looking-glass


Ci sono serie capaci di cambiare un po’ il corso della televisione, di spostare il concetto di intrattenimento un po’ più in là. True Detective è una di queste, ma ripensandoci a distanza di tempo non è solo per questo che mi è piaciuta. Mi è rimasto soprattutto un pensiero forte. 

Nelle serie che hanno una marcia in più ci sono sempre alcune immagini dotate di una potenza espressiva superiore a tutte le altre.

Ricorderò per sempre questa stagione per il minuscolo specchio in cui Matthew McConaughey si trastulla per intere giornate, cercando risposte dentro di sé o là fuori, nel caso poliziesco che domina la season one.

Allacciati la birra, Rust, che da adesso di meraviglie ne vedrai un bel po'

Allacciati la birra, Rust, che da adesso di meraviglie ne vedrai un bel po’

Rust e Marty sono due personaggi legatissimi tra loro, sono due pazzi scellerati in due maniere diametralmente opposte. Cohle e Hart sono sostanzialmente due reietti, due esclusi che fanno del loro lavoro la loro malattia, e della loro malattia il loro lavoro, in un luogo molto deprimente e in un contesto sociale impoverito.

Alcune sequenze sono visivamente perfette, la lentezza del racconto e la complessità degli elementi in gioco sono tutte caratteristiche che a un anno di distanza ci fanno ancora impazzire per la prima stagione di True Detective. Compreso il finale abbastanza discutibile nello svolgimento e nella parte degli effetti. Tutto è parte integrante del racconto di Pizzolatto e tutto è parte del dualismo della narrazione che si orienta in una giungla di riferimenti in grado di spaesarci continuamente.

Ma lo specchio è qualcosa di più. C’è di più, in quei riflessi, c’è un riferimento che mi era scappato fino a poco tempo fa.

Del resto “time is a flat circle” e quello specchio è tondo e abbastanza piatto, sì.

una Alice un po’ mascolina e tatuata ci consiglia una migliore gestione del tempo

In quelle scene, quando ho visto la serie la prima volta, si sono riversati probabilmente tutti i miei dubbi più inattesi, il mio “sgomento” da spettatore di fronte a qualcosa di nuovo. Passando per il reverendo Tuttle, per le parlate sbiascicate al limite della comprensibilità, per Errol Childress e un eccellente infinito piano sequenza pieno di pallottole.

In quello specchio c’è molto del genio e della qualità di questa serie: è inutile, completamente inutile ai fini di ogni significato narrativo, è probabilmente solo funzionale a rappresentare i ripensamenti di Rust.

Ma è soprattutto il vortice nel quale lui finisce e che ristabilisce l’esatto equilibrio con Martin Hart in scelte di vita agli estremi e qualità altrettanto distanti.

Lo specchio è la meditazione, è il suo minuscolo equilibrio. Di come ci stia impalato come uno stoccaffisso per interi minuti, forse ore, e di come magneticamente sia riuscito a farci stare lì a guardarlo.

Non credo di poter convincere qualcuno a farsi piacere True Detective se non hai voglia di finire nella stessa, stupida e probabilmente insensata ossessione di Cohle e del suo “one-eye-mirror”, o del re giallo.

 

rust e lo specchio - voi lo vedete?

rust e lo specchio – voi lo vedete? è una birra o un kazoo?

La motivazione più forte che ho nel consigliare questa serie è proprio nello specchio, nella possibilità che, come per Alice nel paese delle meraviglie, si voglia entrare attraverso lo specchio e ruzzolare nella tana del bianconiglio.

Metaforicamente rappresenta solo ciò che gli si pone di fronte, ma è una chiave d’accesso a un mondo “fantastico”, e in questo caso fantastico solo come fantasia miscelata alla follia pessimista e autodistruttiva dei protagonisti. True Detective altro non è che Alice nel paese delle meraviglie in versione noir poliziesca.

Nell’attraversarlo, a rivedere la serie ora, si intuiscono tanti difetti, tante cose che forse non convincono più come alla prima visione.

Ma la volontà di attraversare lo specchio, quella no. True detective è stata forse la serie dell’anno 2014 per la discontinuità che ha saputo portare ai polizieschi moderni, non più fatti di “signora in giallo” e “l’assassino è quello con cui parla alle 13:21”.

Lo specchio dice questo, dice che la modernità nel racconto è fatta di cose che siamo incapaci di toccare e comprendere nella loro complessità.

Poco importa se il tentativo non è riuscito al 100%, poco importa se non abbiamo voglia di districarci in questo mondo immaginifico e inquietante.

True detective è una serie che mancava nel panorama dei prodotti televisivi, e come ogni piccola rivoluzione, porta con sé tanti limiti che forse nemmeno il suo creatore è in grado di comprendere a fondo e maneggiare; ma ci ha anche detto che era ora di smetterla di voler essere tranquillizzati quando ci sediamo davanti alla tv.

Beh, se non è guardare oltre lo specchio questo.

True Detective – IMDb  – Wiki

Satori
Dal 1981, fa molto di questo solo per avere qualche ingresso gratuito.

One Comment

  1. […] of no Nation, Cary Fukunaga. Per quei pochi che non lo sapessero, Fukunaga è il regista del primo True Detective. Il film era attesissimo e lui ha giocato la carta giusta. Beasts of no Nation è un film di […]

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This article was written on 02 Set 2015, and is filled under Amarcord, Binge-watching.

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