Veloce come il vento. E guai se vai lento


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Un piccolo team partecipa al Campionato Italiano Gran Turismo. La macchina la guida una pilota, è giovanissima e ancora deve farsi le ossa; il meccanico invece è espertissimo ma troppo in là con gli anni per poter tenere il polso della situazione. E poi c’è un ex pilota, drogatissimo, con la motivazione giusta per far riemergere il suo tocco geniale dalle nebbie degli abusi. Un terzetto di outsider condannati a vincere pena la perdita di tutto quello che hanno e probabilmente anche di se stessi.

Se non fossimo a cavalcioni dell’Italia, nell’Emilia-Romagna che ha regalato una serie micidiale di campioni dell’asfalto, questo gruppetto di outsider potrebbe venire dritto dritto da un film targato USA. Lì c’è il mito della seconda occasione, dello sfigato che riesce a mettere tutto se stesso nella sua ultima possibilità per prendersi il riscatto dal mondo che lo aveva scartato. Qui, in Italia, c’è il fatto che spesso diamo il meglio di noi stessi quando siamo messi con le spalle al muro e siamo a un passo dal crollare.

Matteo Rovere insieme a Filippo Gravino e Francesca Manieri è stato capace di costruire non solo un ambientazione credibile, ma anche di inserirvi dei personaggi vivi, che lasciano entrare il respiro della realtà in quasi tutte le loro scene.

In questo senso Veloce come il vento rispecchia in pieno sia la sua anima statunitense che la sua origine italiana.

È facile affezionarsi a questo gruppetto assediato da problemi economici e personali perché, benché ispirato a una storia vera, i personaggi sono messi lì apposta per piacere, per spingerti a fare il tifo per loro proprio come potrebbe avvenire in un blockbuster o in una di quelle commedie tipiche del cinema indie tutte famiglie disfunzionali e carinerie. Di contro però siamo in Italia, quelle regole così strette qui non valgono. Ecco allora la pilota minorenne che vomita e racconta ubriaca che si è fatta una scopata in macchina con qualcuno che nel film non ha la minima rilevanza, ecco allora il fratello drogato con dei denti marci da tossico fatto e finito e i capelli unti pure quando si fa il bagno in piscina, ecco allora il casolare dove abitano tutti che con i suoi buchi rappezzati dal cemento grigio è quanto di più lontano possibile dall’immagine del buen retiro a cui spesso si associa il vivere fuori città.

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Già da tutto questo si capisce che rispetto al film precedente di Rovere siamo su un altro pianeta. Se è vero che i problemi più grossi de Gli sfiorati (2011) erano a livelli di trama è comunque altrettanto vero che è difficilissimo riconoscerlo nella prima scena di Veloce come il vento, capace di comunicare la velocità e la tensione di una vera corsa di auto elaborate.

Ma anche gli attori qui vanno alla grande, proprio a partire da Stefano Accorsi che spesso e volentieri è stato accusato di rigidità recitativa. Qui invece forse per l’uso del suo dialetto, forse per il fatto che i personaggi problematici gli vengono molto bene, pare essere completamente a suo agio.

Si divide la scena con lui l’esordiente Matilda De Angelis, che prima d’ora aveva calcato la scena musicale di Bologna e girato soltanto una serie tv. C’è da dire che nonostante la poca esperienza la De Angelis se la cava più che bene. La sua pilota è in una fase più che decisiva della sua vita. Ha appena perso il padre ma nonostante abbia diciassette anni si trova a badare a un fratellino piccolo, con un fratello drogato semisconosciuto per casa e con la spada di Damocle di dover vincere il campionato italiano GT per potersi tenere la casa. Ebbene, non c’è una sola scena in cui la De Angelis non faccia emergere in tutti i modi a sua disposizione l’angoscia per il futuro e la determinazione per tenere le briglie al presente. A casa mia si spera che continui a recitare.

A questo punto bisogna anche dire che non tutto fila alla perfezione. È vero che Rovere sembra essersi trasformato e che le gare su pista sono rese bene, ma negli inseguimenti ci sono molti tentennamenti, spesso se la cava con un fallo di confusione per portare a casa la scena. Allo stesso modo accanto alla cura per gli ambienti (cosa che per la verità era l’unica cosa buona de Gli sfiorati), molte svolte di sceneggiatura sono tirate per i capelli e alcune scene palesano troppo il loro essere messe lì a bella posta per far andare la trama in una certa direzione.

Eppure nonostante questi difetti siano ben evidenti i punti di merito del film prevalgono. Lo spirito è quello giusto, si vuole raccontare il mondo delle corse d’auto e quello si fa, in maniera semplice, ma curata e solida abbastanza da tenere la tensione per tutto il film. Niente robe poetiche a vanvera, niente pretese autoriali buone solo per sentirsi intelligenti nei salotti buoni, solo del sano cinema di genere portato avanti con convinzione.

Ora, lo so che al momento un sacco di gente si sta riempiendo la bocca con “la rinascita del cinema italiano”, ma al momento non ci sono dei dati certi per sapere se si tratti dell’ennesimo fuoco di paglia.

Dal canto mio non posso che constatare che Veloce come il vento è insieme a Suburra (2015), Perfetti sconosciuti (2016) e Lo chiamavano Jeeg Robot (2015) il quarto film italiano della stagione che consiglierei spassionatamente a chiunque. E onestamente non so da quanto tempo non succedeva una cosa simile.

Pilloledicinema
Appassionato di cinema, vivo a Palermo. Per ogni film che vedo scrivo in 140 caratteri una minirecensione su Twitter. A volte non mi contengo e ne vengo a parlare anche qui.

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