Venezia74 – il riassuntone folle


Bella edizione, questa Venezia74. Chi, come me, è un po’ sciovinista potrà andare orgoglioso del fatto che Venezia sta finalmente minando il primato di Cannes. Non avrebbero peso le decisioni di includere Netflix e Amazon Prime e di istituire una sezione di concorso per la virtual reality se poi la qualità media dei film non fosse stata alta. E invece… Personalmente, fra i circa 50 film che ho visto – quasi tutti delle sezioni Concorso, Fuori concorso e Orizzonti – non ho trovato un film oggettivamente brutto. Film che non mi sono piaciuti sì, ma film senza senso onestamente no. Forse, volendo trovare un difetto, è mancato il titolo epocale, quello che fa storia. È mancato, per fare un esempio recente, una Vita di Adele. Ma credo che per ora ci possiamo accontentare.

È odioso autocitarsi ma lo faccio lo stesso: qualche mese fa scrivevo “se sul grande schermo ci fossero tanti baci quante sono le morti violente il mondo sarebbe migliore”. Sono stata (quasi) accontentata e un film d’amore ha perfino vinto il Leone d’oro: The Shape of water di Guillermo Del Toro è una bellissima storia d’amore, con coté di ambientazioni horror anni Cinquanta, dichiarazioni d’amore per il cinema e un pizzico di avventura che non guasta mai. Il tutto molto ben calibrato da Del Toro che nemmeno per un attimo ha perso il ritmo della narrazione, forse anche grazie al fatto che il film è stato concertato insieme alla splendida protagonista, Sally Hawkins.
La partecipazione di Del Toro, dopo i trionfi lidensi di Cuaron e Iñárritu, sembrava un po’ in odor di cliché. Per giunta il Leone d’oro a un messicano, in era trumpiana, suona un po’ politico. Ma questo Leone d’oro non è rubato.

Aveva tuttavia voti più alti sia presso il pubblico sia presso la critica il sorprendente Three billboards outside Ebbing, Missouri (nella foto), con una Francis McDormand in stile Ellen Ripley che non avrebbe demeritato la Coppa Volpi. Altro film transgenere, condisce con l’ironia feroce una storia di drammi intimi. Il risultato è un film che vuole molto bene ai suoi personaggi, pur senza scontargli niente.
La Coppa Volpi è invece andata a Charlotte Rampling, protagonista di Hannah, diretto da Andrea Pallaoro. Hai la Rampling che si carica sulle spalle un intero film mostrando il proprio corpo nudo di 70enne e sostenendo la mdp a 2 cm dalla faccia per 95 minuti e che fai, non la premi? Minimalista e minuzioso, tutto in sottrazione in un modo quasi orientale, Pallaoro la segue nella sua routine quotidiana, che nasconde un grande dolore, finché l’angolino di mondo che si è ritagliata per sopravvivere diventa sempre più stretto, sempre più claustrofobico. Un film sulle rimozioni che ci consentono di sopravvivere anche quando sono grosse come una balena.

Three billboards si è preso il premio per la sceneggiatura e in effetti questi premi, così ben spalmati, potrebbero essere la cartina tornasole dell’alta qualità della Mostra. L’unico film che si è preso due menzioni è stato Jusqu’à la garde, opera prima di Xavier Legrand, che quando è stato chiamato a ritirare il Leone d’argento ha pianto per la commozione. Il film è un realistico horror di famiglia che ha il difetto di essere un po’ troppo a tesi, a meno di non inserirlo nel filone giuridico-processuale che quest’anno è andato per la maggiore.

Difatti quest’anno molti film, pur diversissimi tra loro, erano ambientati in un tribunale, alla ricerca ossessiva della giustizia/verità. Spesso e volentieri la verità era antitetica a quella emessa dal tribunale. Altre volte il tribunale funzionava da unico strumento utile per cercare di instaurare un dialogo. Del primo caso, oltre a Jusqu’à la garde, sono due notevoli titoli giapponesi: innanzitutto The third murder del giapponese Hirokazu Kore’eda, un lungo vagare fra le ombre di una verità nascosta e di un delitto dal movente incompresibile.
Il protagonista Masaharu Fukuyama, che qui interpreta l’avvocato, è coprotagonista anche di Manhunt (nella foto) di John Woo, finito di montare pochi giorni prima della presentazione Fuori Concorso al Lido. Di tutt’altro tenore, com’è ovvio trattandosi di John Woo (che oltretutto qui ritorna alle sue origini), si basa tuttavia su un’idea analoga: scagionare un uomo ingiustamente accusato di omicidio. Sembra che Woo, in trasferta a Osaka, abbia deciso di testare tutte le possibili location d’azione della città, spaziando dal fiume alla campagna, dalla casa alla metropolitana. Spettacolare. E oltretutto Manhunt possiede la migliore battuta che si possa fare in un cinefestival (dialogo fra due micidiali fanciulle: “Hai perso tempo” “Stavamo solo parlando di un vecchio film” “A volte quando uno ti chiede se un film ti è piaciuto ci sta solo provando”).

Del secondo caso, ovvero dove il tribunale svolge un ruolo positivo, è innanzitutto il bellissimo The Insult del libanese Ziad Doueiri, il quale è stato arrestato pochi giorni fa, al rientro in Libano, per avere girato The attack (2012) in Israele. Un drammatico wormhole cinema-realtà in quanto The insult, che ha valso una Coppa Volpi al coprotagonista Kamel El Basha, mette in scena lo strenuo tentativo, mediante un processo, di instaurare un dialogo fra il popolo libanese e i rifugiati palestinesi divisi da un attrito non politico ma sociale (analogo a tutti gli altri attriti fra popolo ospitante e rifugiati), e tuttavia uniti da un passato parimenti doloroso anche se per ragioni differenti. La decisione del tribunale sarà scontata ma quel tentativo di instaurare il dialogo permetterà ai due di intendersi e di riconoscersi fuori dall’aula, e lo spettatore finalmente potrà tirare un sospiro di sollievo, anche se si tratta di un finale molto contratto e avaro di emotività. Film a basso contenuto di ossigeno.
Un altro film nel quale un processo è la via per fare chiarezza è Sweet country (nella foto; Premio speciale della Giuria, meritatissimo), incentrato sul periodo della colonizzazione dell’Australia. Si tratta di un western in salsa australiana, con la natura che predomina su tutto come una sorta di entità divina che tutto vuole e tutto puote e che è una sorta di marchio di fabbrica dei film che arrivano da laggiù, si pensi a Picnic a Hanging Rock o a Walkabout.

Continuiamo la carrellata sui film premiati con un’altra doverosa citazione: il bellissimo Lean on Pete (nella foto) di Andrew Haigh ha valso al giovane protagonista Charlie Plummer il premio Marcello Mastroianni per l’attore emergente. Sorta di antiwestern ambientato ai nostri tempi, compie un viaggio geografico e di vita verso est e non verso ovest, verso la famiglia e non verso l’avventura. Riassume il tutto il ruolo attribuito al cavallo, che nel western è solo “strumento” e che qui, invece, diventa carne viva, silenziosa ma pregna di senso, vero coprotagonista insieme a Plummer. In qualche modo mi ha ricordato The misfits di Houston che di questo film è il progenitore.
Altro film premiato (ve l’ho detto che sono tanti e tutti meritevoli): il Leone d’argento è andato a Foxtrot di Samuel Maoz, film in tre atti, come le tragedie greche, sul nonsense del conflitto israelo-palestinese che ormai ha assunto la dimensione di un fato ineluttabile e incomprensibile. La storia è quella di una famiglia israeliana cui comunicano e poi smentiscono la morte del figlio in un attacco militare. Il secondo atto è folgorante: messinscena da teatro dell’assurdo, si concentra sul figlio e i suoi 3 compagni al fronte, impegnati a sorvegliare un posto di blocco dove passano solo dromedari.

Tenendo i premi come fil rouge passiamo agli italiani: Nico 1988 (nella foto) ha vinto il massimo riconoscimento nella sezione Orizzonti e racconta gli ultimi 3-4 anni di vita di Nico. Personalmente non amo i biopic perché aborro il modo in cui gli attori spesso scimmiottano il personaggio che devono intepretare, cosa che ti distrae sempre dal complesso del film perché inevitabilmente ti concentri su quanto tizio somiglia a caio e quanto no. Parentesi: a Venezia è stato presentato anche il doc Jim & Andy, ricavato dalle riprese fuoriscena di Man on the moon, nel quale si vede il modo esasperato e patologico con cui Carrey si fosse immedesimato in Kaufman al punto da chiedere aiuto uscendo dalla limousine che lo portava sul set quando stava interpretando il Kaufman malato di cancro. All’epoca depresso e infelice, Carrey ha frantumato completamente il proprio io per diventare Kaufman. Eppure l’interpretazione di Carrey è lontana mille miglia dal vero Kaufman. Si confrontino le versioni su Youtube: si tratta di Carrey che fa Kaufman, non certo di un Kaufman redivivo. Si potrebbe pensare che, al di là dell’apparente devozione maniacale di Carrey a Kaufman, questo doc metta in scena la guerra, ben più che la simbiosi, fra le due personalità. Del resto il titolo non è Andy & Jim ma Jim & Andy. Comunque si tratta di un film stranissimo che meriterebbe una riflessione più articolata. Ma torniamo a Nico 1988, che ha invece il grande merito di sapersi elevare dal personaggio e di essere estremamente elettrico e palpitante nel mettere in scena il cascame di una vissuta vissuta all’estremo e una personalità drammaticamente divisa fra il sogno e la presa d’atto della realtà. Parte di questo è il rapporto irrisolto di Nico con il nazismo: nata nel 1938 a Colonia, ha vissuto i primi anni nella sofferenza dei bombardamenti e delle aggressioni senza essere in grado di elaborarne il motivo. Un nodo irrisolto e una colpa non meritata che la perseguiterà per il resto della vita.

The Leisure Seeker di Virzì (nella foto; credo che in italiano sarà intitolato Ella & John) è bello ma non sembra un film di Virzì. Ho passato la prima mezz’ora, credo, a cercarlo. Poi ho lasciato perdere per godermi lo schermo e a tratti veniva fuori, ma solo a tratti. Il risultato è che umanamente innanzitutto apprezzo moltissimo la timidezza e il rispetto con cui Virzì ha approcciato questa sua esperienza internazionale. Si potrebbero opporre molti ma: 1) il lavoro di un regista è comandare, non farsi intimidire 2) il lavoro di un autore è imprimere la propria autoralità sempre e dovunque 3) siamo proprio provinciali. E tuttavia Virzì si è portato a casa un bel film quando avrebbe potuto fare un disastro. Confido nel fatto che se si prenderà la briga di diventare un po’ più confident con l’ambiente internazionale potrà spaccare anche oltreoceano. Certo, per alcuni è difficile fare casa ovunque.
Ben più spregiudicato l’altro film italiano in concorso, Ammore e malavita dei Manetti Bros. Sfacciatamente cinefilo, mescola generi a caso – musical e camorra, melodramma e azione – per dare vita a un film forse troppo leggero per lasciare il segno ma decisamente godibile e con un Giampaolo Morelli perfettamente in parte e una Gerini perfettamente nel suo territorio.

Tre film molto attesi, a mio avviso, hanno fatto cilecca: Downsizing (nella foto) di Payne parte da un’idea eccellente che, però, non sviluppa in una sola direzione ma disperde in una serie di intuzioni interessanti che lascia morire lì (dal mio punto di vista, una grande perdita è stata la riflessione sulle logiche del potere) per rifugiarsi nel finale più facile.
Suburbicon di Clooney nasce da una sceneggiatura dei Coen che però Clooney sviluppa quasi con mestiere, senza mai affondare nei personaggi.
mother! di Aronosfky… Aronosfky assomiglia al peggiore Von Trier, quello che vuole solo fare scandalo e sollevare un polverone. E però Von Trier è più intelligente di Aronosfky per cui di mother! si capisce dove va a parare dopo 45 minuti.

Altro film che ha sollevato un polverone è Mektoub, My Love: Canto Uno di Kechiche, specie per la lunghissima sequenza in discoteca concentrata su 3 o 4 bellissime ragazze che ballano senza freni, piene di gioia di vivere e di erotismo: mentre prendevo il caffè dopo il film ne ho sentite di tutte: volgare! misogino! sessista! La storia, di ispirazione autobiografica, è quella di un gruppo di amici adolescenti a Sète, località francese di mare: le vacanze, gli amori, gli amorazzi. Al centro delle vicende ci sono Amin, che vuole fare lo sceneggiatore e il fotografo, e la sua esuberante amica Ophélie, che si divide fra un fidanzato e un amante e che non disdegnerebbe nemmeno Amin se non fosse che lui è troppo timido. Kechiche fa poesia dal niente e ti incatena che non sai nemmeno tu come. Ma forse non è tutto qui: poiché il film inizia con Amin che spia dalla finestra Ophélie mentre fa l’amore e finisce con la rinuncia da parte di Amin a buttarsi in quell’orgia di vitalità, verrebbe da pensare che forse siamo nel campo di una dichiarazione di sterilità e impotenza del voyer, laddove il voyer per eccellenza è il cinefilo e laddove il cinefilo per eccellenza è il regista. Vedremo con i prossimi capitoli (questo è solo il “canto uno”) se questa mia lettura ha senso. Intanto si è saputo che Kechiche ha deciso di rimontare il film. Spero non ci sia rimasto troppo male per le critiche moraliste.

A poche decine di chilometri da Sète è ambientato un altro gran film francese ignorato dai premi: La villa (nella foto) di Robert Guédiguian. Racconta di 4 cinquantenni che si ritrovano nel paesino della Costa Azzurra dove sono cresciuti e contiene tutti i cliché del caso: i baci rubati, le riflessioni postsessantottine… Ma, a un certo punto, in questo contesto cinematografico così deliziosamente d’Oltralpe, si inseriscono tre ragazzini profughi indifesi come passerotti. Ovvero si inserisce la realtà con la quale bisogna fare inevitabilmente i conti, e la cosa interessante del film è che Guédiguian, per questo necessario confronto che ci tormenta tutti, ha scelto il terreno degli stilemi del più puro cinema francese come rappresentativi della vera anima del suo Paese.
Chiudo con un altro film non menzionato dai premi: First Reformed del mitico Paul Schrader il quale ha dichiarato di avere voluto fare un film alla Bergman. Sono difatti il senso di colpa e la ricerca spirituale il motore del film che ha come protagonisti Ethan Hawke e Amanda Seyfried e che si muove in spazi angusti e scabri. È un film che invece di colpirti in faccia come di solito fa Schrader ti scava dentro. Fino al finale, che è uno di quei finali che ti si incollano nella testa perché, oltre a essere frutto di una mente matta come quella di Schrader, arriva dopo un’ora e mezza di tentativi di far quadrare le cose. Schrader è ancora il settantenne più incazzato in circolazione.

Mai come quest’anno mi sento insoddisfatta del folle resoconto perché potrei continuare a citare film che mi sono piaciuti per altre 3000 battute. Per esempio mi spiace non potervi raccontare di Happy winter, Piazza Vittorio, Controfigura, La nuit où j’ai nagé, The private life, Ex libris, Los versos del olindo, Temporada de caza, Invisible…

 

Federica Guarnieri
Per lavoro scrivo di viaggi. Nel tempo libero viaggio con i film.

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This article was written on 29 Set 2017, and is filled under Ho un amico per cena, Le storie del cine, Parlo mai di astrofisica io?, Scuse per parlare di film.

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