Venezia75 – Il riassuntone folle


Chissà se Guillermo Del Toro, quando si è trattato di scegliere il Leone d’Oro, ha ripensato a Tarantino che nel 2010 premiò la sua amica Sofia Coppola. Fatto sta che quest’anno la Biennale l’ha messo in una situazione difficile perché Roma è davvero bello (nei link ai film trovate il trailer, quando già disponibile). È incantevole la maestria con cui sequenza dopo sequenza Cuarón ti porta con pochi lievissimi tocchi dove vuole lui, un momento a ridere, un altro a commuoverti, un altro a ridere e commuoverti insieme. Una maestria ancor più magica se si considera che è un film autobiografico. Roma vale anche per altre due ragioni: è finalmente un film Netflix di alta qualità e poi parla di donne in un paese assai machista qual è il Messico.

Già, le donne. Sono spudorata e affermo che il premio a The Nightingale di Jennifer Kent è a mio avviso una riparazione all’agghiacciante contestazione accaduta in sala Darsena perché era – sempre a mio avviso – il più scarso fra quelli in concorso, assurdamente violento. Eppure, al di là dell’assenza di registe donne a eccezione di Kent, è stato un festival ricco di personaggi femminili “disubbidienti”, in senso positivo o negativo ma comunque fuori dalle righe. A cominciare dalle doppiogiochiste, ambiziose protagoniste di The favourite, bel drammone ambientato alla corte della regina Anna d’Inghilterra, popolata da un’umanità che maschera con parrucche e belletti una spietatezza da giungla. E chissà che con questo film abbiamo alfine esaurito i monarchi britannici.

Ci sono poi le donne di Suspiria, geniale rilettura del capolavoro di Dario Argento. Guadagnino ha fatto un film tutto diverso dall’originale: non un film dell’orrore ma un film sull’orrore, ambientato nel 1977, anno di uscita del primo Suspiria, fra allucinazioni femministe e attacchi della Raf. Della giovane assetata di vendetta di The Nightingale abbiamo detto, ma c’è anche Sunset di László Nemes, ambientato in una Budapest decadente alla vigilia della prima guerra mondiale, dove una donna fa da guida nella storia (forse è proprio l’incarnazione della Storia), conducendo letteralmente la macchina da presa sulle sue spalle attraverso i tumulti che agitavano l’impero austroungarico.

Disubbidienti sono anche Lenù e Lila, protagoniste delle prime due puntate dell’Amica geniale dirette da Saverio Costanzo. Mi aspettavo qualcosa di più personale da lui ma si coglie bene l’appeal che ha ancorato ai romanzi di Elena Ferrante i lettori, tra i quali non mi annovero forse proprio perché aspettavo di vedere la versione televisiva. Mi chiedo tuttavia cosa stia cercando Costanzo da qualche anno a questa parte. Spero non la strada di suo padre.

Ma proseguiamo con la carrellata dei personaggi femminili “muscolari”. Fuori dalle righe sono anche le due sorelle di La quietud di Trapero, legate da un rapporto morboso, figlio di una storia familiare inquinata dalla dittatura argentina. E decisamente cannibala è la popstar di Vox Lux di Brady Corbet, specchio di un mondo massmediatico privo di valori e interpretata da una Natalie Portman in un ruolo mai così sgradevole.

E poi ci sono state la pastora Lucia di Capri-Revolution di Martone, l’unica che capisce dove va il mondo. La protagonista di Acusada, film argentino che racconta una storia alla Amanda Knox, ergo ambigua. E Soni, protagonista dell’omonimo film indiano e bella sorpresa: racconta di una ispettrice della polizia incazzata col mondo, che mena tutti e si prende un sacco di punizioni e che ricorda molto alla lontana un cattivo tenente in salsa curry.

E gli uomini? Gli uomini sparano e si menano come al solito. Ci sono stati tre film, in particolare, accomunati dall’avere come protagonisti una coppia alla Starsky & Hutch. Il primo, super godibile, è The Sisters brothers, anomalo western di Audiard con cast della madonna, sorta di Sentieri Selvaggi girato all’incontrario nel quale la mamma affacciata alla porta arriva per ultima. Gli altri due sono più amari. Dragged across Concrete di S. Craig Zahler vede lo smagliante e insieme decadente ritorno di Mel Gibson, affiancato da un sempre bello Vince Vaughn, in una rilettura della coppia di poliziotti oltre la legge; Frères Ennemies di Oelhoffen, che mi è piaciuto moltissimo, racconta di malviventi e poliziotti, tutti provenienti dalla stessa banlieu, che è come dire la stessa mefitica famiglia: ritmo altissimo e script di ferro.
In tanta violenza è quasi una catarsi, ma non meno violenta, Zan di Shinya Tsukamoto, storia di un samurai incapace di uccidere. Datemi della matta ma, in certi momenti, ci ho visto della Nouvelle Vague.

E parlando di Nouvelle Vague non si può che parlare di Assayas, presente con Doubles Vies. Vite doppie per un film doppio: in apparenza è la classica commedia degli equivoci che i cugini sanno fare tanto bene, dove tutti si fanno le corna e nessuno capisce niente. Ma il cinema di Assayas non può accontentarsi di qualche corno: il film è di fatto una riflessione sulle strade che l’autenticità può percorrere per farsi largo in questi tempi dominati dal software. Non a caso i protagonisti parlano e parlano ma senza arrivare a una conclusione: sembra proprio che anche in Francia gli intellettuali non capiscano una mazza. E non a caso il film è girato in pellicola. Avrebbe in ogni caso meritato il premio per la sceneggiatura, andato invece a The Ballad of Buster Scruggs dei Coen che non mi ha esaltato, ma non sono fan sfegatata dei Coen quindi fate come se non l’avessi detto.

La dimensione virtuale è al centro anche di Ying, di Zhang Yimou: incantevole come sempre, racconta delle cosiddette “ombre”, sorta di sosia che facevano le veci dei personaggi potenti per salvaguardarne la sopravvivenza. Nella disputa sul virtuale è Assayas a essere il più ottimista. Zhang Yimou proietta un mondo di ombre che finiscono col produrre ombre di ombre.

A compensare il tutto, l’amore. Molti film hanno dato come risposta l’amore alle brutture del presente. Una risposta forse facile, forse no, ma non così scontata nel cinema contemporaneo che ovviamente cerca strade meno classiche. E forse, chissà, si è ormai approdati all’eterno ritorno. Un film che mi ha colpito molto, forse solo me, è stato Werk ohne Autor di Donnersmarck. Si potrebbe definire kolossal nel senso dei film americani degli anni Cinquanta tipo Il gigante perché in tre ore e passa – molto scorrevoli – racconta la storia la storia della Germania, prima nazista, poi Ddr, poi Rdf, attraverso un amore indissolubile che smaschera l’inconsistenza delle ideologie. Un film ingenuo, forse, ma avercene di quella ingenuità. Un altro amore potentissimo e stellare è quello raccontato da Bradley Cooper e Lady Gaga nel sorprendente remake di A star is born, che forse pagherà una malintesa ambizione agli occhi dei benpensanti ma che filmone, gente.

A queste due bombe d’amore ha risposto Nuestro tiempo di Reygadas, l’altro film messicano in lizza per il Leone, che smonta pezzetto dopo pezzetto l’amore inizialmente perfetto fra i due protagonisti. Ed è stato, infine, un vero appello all’amore quello lanciato da Amanda, bel film del francese Mikhaël Hers che racconta con delicatezza il work in progress del rapporto fra un 24enne e la nipotina 7enne rimasta orfana dopo un attentato terroristico.
Non penso sia inappropriato annoverare fra i film d’amore anche 12 anni, biografia dei 12 anni di prigionia di Pepe Mujica e due suoi compagni tupamaros, Eleuterio Huidobro e Mauricio Rosencof: un isolamento disumano che i tre sono riusciti a superare senza farsi rubare l’anima, miracolosamente.

Dalle vette divine dell’essere umano agli abissi infernali, scansionati da alcuni film ahimè tutti ambientati nel presente. 22 July di Greengrass narra l’assurdo attentato del 2011 di Anders Breivik. E Sulla mia pelle, che avete già visto tutti, ripercorre gli ultimi 7 giorni di vita di Stefano Cucchi. Entrambi potenti e scabri, con l’unica differenza che il primo si può permettere un po’ di ottimismo. Poi ci sono stati What You Gonna Do When The World’s On Fire? di Minervini, doc girato nella comunità di afroamericani di Baton Rouge, Louisiana, nel luglio del 2017, dopo l’uccisione di Alton Sterling da parte della polizia. E American Dharma, intervista di Errol Morris a Steve Bannon, che è quel tipo di dottor Jekyll e Mr Hyde da cui oggi ci si deve guardare: nonostante le sue lucidissime e scriteriate teorie populiste e demagogiche, è persona affascinante e perfino simpatica, come è logico che sia chi sa accattivarsi le simpatie della gente. È un’intervista illuminante per chi voglia conoscere il dietro le quinte della strategia salviniana: c’è tutto.

Infine assai attuale, anche se del 1937, è un film restaurato non molto noto che vi consiglio di cercare: (qui c’è il film completo non ancora restaurato) si intitola Nulla di serio, è diretto da William Wellman e parla… di fake news.

* Non ho visto First Man di Chazelle.

Federica Guarnieri

Per lavoro scrivo di viaggi. Nel tempo libero viaggio con i film.

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