Venezia76: il riassuntone folle


Sotto il sole rovente di questa estate 2019, la 76a Mostra del cinema ha registrato diversi record, innanzitutto a livello di pubblico – pagante, accreditato e cacciatori di autografi. In tanti anni di frequentazione lidense non ho mai visto code così lunghe: fuoriuscivano dai cancelli, attraversavano strade, svoltavano angoli, assediavano posti di blocco. Il rischio di restare fuori dalla proiezione era molto concreto anche per gli accreditati, specie nel fine settimana fra giovedì 29 e domenica 1, quando erano programmati i titoli più attesi, Ad astra, J’accuse, Joker e Martin Eden, ma anche nei giorni seguenti quando il doc di Chiara Ferragni ha attirato al Lido una fetta di umanità terza, del tutto inedita al Lido, quella degli influenced.

Joker (laddove disponibile linkerò il trailer) è la sintesi perfetta di questo progetto della Mostra teso a conciliare le due anime del cinema eternamente in conflitto in quanto forma d’arte raffinatissima ma anche per sua essenza popolare e commerciale. Ed è il giusto vincitore anche nel tasso di paraculaggine perché la sua natura anfibia di “cinecomic con spessore” gli permette di scansare le critiche sia da una parte sia dall’altra, proprio come un joker, come un buffone che ribalta il dato di fatto. Per quel che vale, io a Joker non ho nessuna critica da muovere perché mi è piaciuto moltissimo, e checché ne dica Todd Phillips è un film molto politico e molto incazzato.

Anche J’accuse di Polanski è incazzato ma in modo diverso: mentre Joker irride, smargina, sbava, tracima, J’accuse comprime la rabbia in un modo che diventa insopportabile fino alla fine, stemperata anch’essa. Com’è noto Polanski è il re(gista) degli spazi claustrofobici. Quello che mi ha stupito in J’accuse è come Polanski sia uscito dagli spazi stretti e in compenso ci abbia rinchiuso noi spettatori con quattro mandate. In questo asfissiante mood kafkiano l’unico momento di ossigeno arriva quando Zola dice “Io posso”: una scena da ola da stadio. Ma subito dopo anche Zola viene condannato.

Dopo il clamore mediatico, Ad astra è passato in cavalleria, ignorato dai premi e forse spiazzato dal paragone con Gravity. Paragone inadeguato però, perché Ad Astra osa una componente di allucinazione coraggiosa, che per certi versi richiama 2001, anche in modo esplicito, ma da cui si smarca quando il viaggio solitario negli abissi della galassia assume contorni concreti e molto umani e che a dispetto delle distanze, o forse per quelle, diventa un appello struggente al qui e ora.

Smagliante è un aggettivo che di solito riservo alla compagine francese, ma stavolta gli italiani sono stati più smaglianti e per questo dedicherò buona parte di questo pezzo ai film nostrani: in questa idillica finestra temporale nella quale non siamo più sovranisti concediamoci il vezzo di essere sciovinisti giacché a questo giro lo meritiamo : )

A cominciare da Martin Eden, eccezionalmente ispirato soprattutto nella sua parte meno letteraria, cioè nelle libertà che Pietro Marcello, lo sceneggiatore Maurizio Braucci e lo stesso Luca Marinelli si sono presi nell’ambientazione napoletana e nella collocazione storica postbellica. Perde invece un po’ di forza quando si tratta di recuperare il nocciolo del romanzo di Conrad ovvero la denuncia del cannibalismo che caratterizza il mondo culturale moderno. Vi chiederete: Luca Marinelli meritava la Coppa Volpi più di Phoenix? Il mio ragionamento è stato che i giurati hanno pensato che tanto Phoenix prenderà l’Oscar (e intanto ha già trionfato a Toronto).

Mi ha decisamente esaltata Martone che con Il sindaco del rione Sanità ha fatto un’analoga operazione di ricontestualizzazione del testo teatrale di Eduardo De Filippo (il protagonista del testo originale sarebbe più vecchio, gli anni sarebbero altri ecc. ecc.) ma che tira fuori un’anima napoletana potentissima e sublime. Il cinema di Martone ha sempre questa caratteristica: che parte da situazioni e personaggi molto carnali e terreni che a poco a poco si elevano e si astraggono fino a raggiungere a vette quasi divine, o da film se si preferisce giacché quella di Martone è una vera poetica cinematografica. E questa sorta di smaterializzazione (transustanziazione?), qui, è riuscita perfettamente. Splendido.

Un altro ottimo film italiano è Effetto domino di Alessandro Rossetto, ambientato nel Veneto delle imprese edili e dei finanziamenti bancari: e credo che con questo abbiate già capito il punto. Quello che è cinematograficamente geniale è l’ambientazione fra giganteschi edifici abbandonati a se stessi e al centro delle speculazioni fra edili e banchieri. Un’ambientazione che assume rarefatte sfumature postfuturistiche quando diventa cornice di una società di lupi che, armati di smartphone, si sbranano l’un l’altro, quando intorno a essi si anima una inesorabile catena alimentare che da un capo ha una multinazionale cinese e dall’altro il piccolo artigiano di provincia.

Credo che uscirà in sala anche Nevia di Nunzia De Stefano, in quanto prodotto da Garrone. Imperfetto ma di quell’imperfetto che alla fine piace, è anch’esso ambientato a Napoli, anzi a Ponticelli che è un posto che preferisci vedere al cinema e basta. Gente che vive nei container post-terremoto, prostituzione, spaccio, spazzatura. Nevia è una ragazzina che non vuole adeguarsi e perciò comincia a frequentare il circo che arriva sotto casa. Il bacino è quello post-post-post-neorealista. E quindi c’è la poesia.

E poi Salvatores, che a questo giro ha trovato la quadratura perfetta. Nonostante si basi su due cliché parecchio consumati, l’on the road e il personaggio “eccentrico” (Vincent, giovane autistico), Tutto il mio folle amore riesce a essere delicato e fresco, e questo è un risultato che solo un grande quale è Salvatores sa ottenere. Merito anche di tutti gli interpreti, con una menzione speciale a Giulio Pranno, esordiente che interpreta il ragazzo e sapete cosa vi dico? La mia Coppa Volpi va a lui. Eccezionale.

Tony Driver di Ascanio Petrini è un piccolo film incentrato sulla vera storia di Pasquale Donatone che dopo 40 anni vissuti negli Usa è stato costretto a reimpatriare a Polignano. Lui è uno di quei personaggi la cui vita riempirebbe da sola tre film; a questo si aggiunge la forma del film, che si muove anarchico fra fiction, documentario e realtv (notevolissima la parte girata a Tijuana – mi sembra che fosse Tijuana), a differenza dei confini Usa che per il nostro Pasquale e per molti altri non sono aperti. Il film è interpretato istrionicamente dallo stesso Tony.

Due film di registi italiani hanno cast internazionale, ed entrambi sono riusciti a metà, secondo me. Waiting for the barbarians, di Ciro Guerra e tratto dall’omonimo romanzo di Coetzee, annovera nel cast il sempre più bello Mark Rylance e un Johnny Depp sempre più autore di se stesso, sempre più corpo avulso dal contesto ma, alla fine, efficace. Qui compare come una sorta di Darth Vader del colonialismo, una presenza stranissima, extraterrestre, ma alla fine cos’era il colonialismo se non una calata di extraterrestri? Solo che il resto del film mi è sembrato in affanno quando si è trattato di gestire questa sua interpretazione.

L’altro è The Burnt Orange Heresy di Giuseppe Capotondi, anch’esso tratto da un romanzo. Qui il corpo estraneo è Mick Jagger ma in modo diverso da Johnny Depp perché Mick non si sforza e non si inventa, non è cervellotico ed è anche poco diretto da Capotondi (lo si vede soprattutto all’inizio). Ma con il suo fare ironico da vecchia volpe imprime al suo personaggio una vena sulfurea e ludica che tiene sulle spalle tutto il senso del film: basta la sua presenza, basta lui che ha visto tutto il meglio e il peggio del mondo, che ha scritto Sympathy for the Devil e che sopporta Keith Richards da 65 anni. Donald Sutherland, che pure transita nel film luminoso come una cometa, passa in secondo piano rispetto a Mick, e ho detto tutto.

Di Citizen Rosi bisognerà acquistare il dvd perché è un preziosissimo doc che ripercorre uno dopo l’altro i film di Francesco Rosi e, insieme a questi, la storia più o meno nascosta del nostro paese, il lavoro certosino di ricerca che Rosi dedicava a ogni film, gli scoop celati nei suoi film e che solo dopo anni hanno trovato riscontro: in tempi non sospetti Rosi sconfinava fra fiction e doc, per poter dire ciò che un semplice doc non poteva osare.

Infine Maresco, che mi è sembrato quasi in disarmo. La mafia non è più quella di una volta è stato girato in un paio di anni a Palermo a cavallo del 25nnale dalla morte di Falcone e Borsellino. I mostri di Cinico tv ci sono tutti, a cominciare da Ciccio Marra, ma il problema è che a un certo punto uno dei personaggi presi di mira da Maresco viene ricoverato in un ospedale psichiatrico. Questo evento, puntualmente registrato dalla telecamera, è suonato come una risacca del tenore satirico che in generale pervade i film di Maresco. Non so se fosse per questo, ma ho trovato coerente con il film la sua assenza dalla premiazione. Non c’è niente da festeggiare. E per fortuna o intuito, Maresco ha avuto il colpo di genio di coinvolgere Letizia Battaglia, nomen omen.

E poi, per restare nell’ambito italiano, c’è stato il succitato doc su Chiara Ferragni. Si tratta di un’operazione senza dubbio agiografica ma personalmente, da (colpevole) estranea al fenomeno, ho trovato interessanti le considerazioni degli addetti al settore sul fenomeno dell’influencer e sul ruolo che lei ha rivestito nel dare forma a questo fenomeno. Ho constatato che una parte del pubblico presente in sala non è uscita soddisfatta, ma il motivo mi sembra chiaro: il doc è rivolto a chi guarda i doc e, presumo, ad attirare un’altra fetta di mercato. Difatti ora sono fan anche io di Chiara Ferragni. Da un punto prettamente cinematografico sarebbe stato auspicabile un doc più critico (difatti ci sono state molte polemiche a riguardo) ma la mia modesta opinione è che, forse, accanirsi su di lei sarebbe gratuito.

Per il resto cosa posso dirvi sulla miriade di altri film che ho visto… Ho visto il primo film sudanese nella storia della Mostra ed è un ottimo film, si intitola You will die at 20. E poi ho visto spettacolari film restaurati. A parte i due di Bertolucci, cito Goodbye Dragon Inn di Tsai Ming Liang e Ensayo de un crimen di Bunuel: recuperateli se riuscite. E poi ho visto molta guerra (Mosul è il film di riferimento, con il suo finale che va dritto al cuore del problema), molti rapporti padre-figlio conflittuali – direi un leit motiv di questa Mostra –, L’Avana, Marsiglia, Hong Kong, Valparaíso, 5 stanze di ospedale, 4 mancini, 4 cimiteri, 3 preti tutti e tre strambi, 2 uomini piangere, 2 malati di cancro, 2 ex galeotti, un vitello appena nato alzarsi sulle zampe, una bambina mongola bravissima a saltare la corda, le macerie di Mosul, il deserto di Sonora, una festa di fidanzamento afgana, il murale di Maradona a Napoli, la campagna del Rodano-Alpi, l’Atlante tunisino, una decina di prostitute e un prostituto, più nudi integrali maschili che femminili, molti consumatori di cocaina, un alcolizzato, lo slum di dipendenti da metanfetamina di Teheran, dei ragazzi innamorati fare l’amore, un’ernia, un uomo svedese che suonava O sole mio con il banjo e un bambino australiano che la suonava con il violino, la demolizione di un vecchio edificio, la stazione di Brescello, una direttrice di banca triste che di cognome faceva Guarnieri.

Ciao Venezia76.

 

Photo Credit: La Biennale di Venezia

labiennale.org

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This article was written on 16 Set 2019, and is filled under Ho un amico per cena, Le storie del cine, Non è il mio genere, Scuse per parlare di film.

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