Western all’italiana


catapultVerso la metà degli anni ’60 i film Peplum (quelli con i forzuti tipo Maciste, Ercole o Sansone, per capirci – noi li chiamavamo i “sandaloni”) iniziarono a perdere incassi. Se ne giravano troppi, la gente non ce la faceva a guardarli tutti, c’erano sempre meno soldi di budget, la qualità si abbassava, e il pubblico aveva perso interesse. In più era iniziata la moda degli Spaghetti Western, che sarebbe durata altri dieci anni. E registi, attori e produttori iniziavano a buttarsi in massa su quel nuovo mercato.

Del resto noi, in Italia, abbiamo sempre fatto così: quando qualcosa vendeva, tutti dentro! A girare metri e metri – ma che dico metri, chilometri! – di pellicola senza starci tanto a pensare, e dando tutto in pasto al pubblico, ingozzandolo come si fa coi conigli, coi criceti. Solo che i criceti è vero che masticano sempre, ma alla fine crepano. E così finiva sempre: facevamo fare indigestione al pubblico, e quello scappava via prima di crepare.

Comunque, un giorno, mi chiamò a casa un tizio che conoscevo, uno dell’ambiente. Aveva fatto i soldi con i film di Ursus, ma aveva già sentito la puzza dell’incendio che si stava avvicinando, come fanno le gazzelle, e voleva cavarsi d’impiccio prima che fosse troppo tardi.

Via, facciamo un Uèster, mi disse.

Va bene, risposi io. Dammi un po’ di tempo, ti raccatto uno sceneggiatore, scriviamo una storiellina e ci si prova.

Ecco, bravo, mi fa lui. Solo che c’è una cosa. Mi ero mezzo impegnato per fare un film con Ursus nel medioevo, una roba di castelli, assedi alle mura e robe così, e mi sono rimasti un po’ di attrezzi che non abbiamo usato. Insomma, io questi li ho pagati, e mi scoccia lasciarli lì senza far nulla.

E che attrezzi sono, gli chiedo io.

E lui: catapulte.

Catapulte?, gli dico. Ma lui dice che non mi devo preoccupare di niente, che mentre ci pensava gli è venuta questa idea proprio geniale, e che secondo lui può funzionare veramente: fare degli Western un po’ ibridi, un po’ “fantastici”. Così si evita di far copie del lavoro degli altri, si trova una nuova via originale, e magari si attira quel pubblico dei Sandaloni che si sente un po’ spaesato.

Fammi qualche Uèster con le catapulte, mi dice.

Allora, la questione è una sola: erano gli anni che erano, a me era nata la prima figlia, gli affari non andavano un granché bene e avevo un certo debito che volevo saldare. E oltretutto avevo la mia troupe che, finché non c’era qualcosa da girare, era a spasso, e aveva il terribile vizio di voler mangiare tutti i giorni, almeno una volta al giorno. Così al tizio dissi che non c’era problema, che se c’erano i soldi c’era anche l’idea, e che gli avrei tirato fuori qualche Uèster con le catapulte.

Il giorno dopo chiamai il mio vecchio amico Stortini, che aveva scritto film per un po’ tutti, gli spiegai la cosa e ci mettemmo a tavolino. Stortini all’inizio rideva così forte che quasi gli cadeva il cappello. Ma l’ho già detto: quando ci sono i soldi, ci sono anche le idee.

Tirammo fuori un soggetto nel giro di due pomeriggi. Si chiamava “Vamos a matar, catapultèros”, e parlava di una banda di messicani tagliagole e assetati di sangue che rapinava le diligenze attaccandole da lontano a colpi di catapulta. Uno sceriffo del posto, incaricato di indagare, non riesce a capire come mai le diligenze si ritrovano tutte frantumate come se i sassi fossero caduti dal cielo, ma alla fine riesce a smascherare i messicani perché stavano sempre nei pressi di una miniera per procurarsi i massi. Scatta il duello finale, il tizio rischia di vedere la sua fidanzata catapultata via, ma chi finisce sparato in aria è proprio il capo dei messicani. Fine.

Dopo di quello scrivemmo “Catapultalo più in alto”, che era la storia di uno sceriffo malvagio e appassionato di storia romana che invece delle impiccagioni ammazzava ladri, assassini e truffatori catapultandoli contro una mesa, o giù per un canyon. Solo che – appunto – lo sceriffo era pazzo, si era intestardito con questa catapulta che si era costruita, e trovava sempre scuse per arrestare la gente e spararla in aria. Prima solo i colpevoli, poi anche gli innocenti. Per qualche motivo stavi sul cavolo allo sceriffo? Sbam! In aria! Ma poi arrivava il solito pistolero senza nome, col sigaro in bocca. Lo sceriffo all’inizio non si faceva intimidire, e  gli catapultava via il cavallo accusandolo di aver mangiato troppa biada. Il pistolero però la prendeva sul personale, e partiva il massacro. Non era male come storia, tutto considerato.

Poi ci fu “Un esercito di 5 catapulte”, che era la solita storia di Nordisti contro Sudisti, ma con un Forte imprendibile perché all’interno c’erano queste 5 catapulte che sparavano barili pieni di polvere da sparo. Ovviamente che succedeva? Che il Nord mandava un gruppo di galeotti in una missione impossibile eccetera. Dopo di questo buttammo giù un soggetto dal titolo “7 catapulte per un massacro”, che sostanzialmente era uguale al primo, solo che le catapulte erano di più, e dalla parte dei buoni. Stortini si inventò anche una frase che poi gli rubarono, e che diceva “quando un uomo con una pistola incontra un uomo con una catapulta, l’uomo con la pistola è un uomo morto”, o roba così. Stortini ci dava sotto col Fernet, ma il suo lavoro lo sapeva fare.

Poi toccò a “Lo chiamavano El Catapulta”, “Dio perdona, la catapulta no”, e un paio di altri titoli. Facemmo un bel pacchetto e spedimmo tutto al produttore, e lui ci chiamò qualche giorno dopo per dire che tutti i soggetti gli erano piaciuti, e che era ansioso di cominciare.

Poveretto, due giorni dopo lo stroncò un infarto, e morì. Al posto suo venne il figlio, che di Western e catapulte non ne volle proprio sentire parlare, e si buttò nei “musicarelli” perché era un grande fan di Celentano.

Con questo rifiuto si chiuse per sempre una parentesi del genere Western all’Italiana che non si era mai aperta, e che di certo oggi sarebbe stata ancora sulla bocca di tutti. Potevamo passare alla storia come gli autori più coraggiosi di tutti, quelli che crearono un nuovo modo di concepire il West, e tutto questo ancora prima di Leone. Ma ahimé, non andò così. L’unico che ci guadagnò qualcosa fu Stortini, che si rivendette tutti i titoli togliendo la parola “catapulta” e sostituendola con altre prese a caso.

Io invece partii per la Spagna, dove girai un paio di horror a basso costo.

La vita, a volte, va così.

Mi diletto di stregoneria. Laureato all’Harvard Business School, ho viaggiato in lungo e in largo. Ho avuto la peste bubbonica e questo è stato il periodo più sereno della mia esistenza. Ho visto L’esorcista 170 volte, e mi sganascio dalle risate tutte le porche volte che me lo vado a rivedere, Per non parlare del fatto che anche se stramorto sono ancora qui. Allora che ve ne pare? Sono buone le referenze?

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