Westworld, il nuovo mondo dei robot


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Scrivo queste righe poche ore prima della messa in onda dell’ultimo episodio della prima stagione di Westworld, consapevole che verrà letta quando i giochi saranno fatti (saranno davvero fatti? non ne sono sicuro). Per chi fino a oggi è stato in viaggio in una capsula spaziale sigillata senza nessun contatto con la Terra, Westworld è un serial creato da Lisa Joy e Jonathan Nolan e prodotto da J.J. Abrams ispirato al film del 1973  “Il mondo dei robot” scritto e diretto da Michael Crichton con uno splendido Yul Brynner come protagonista, film che rappresenta uno dei primi traumi cinematografici della mia vita, uno splendido spavento da cui non mi sono mai ripreso.

Lungi dall’essere perfetto, Westworld ha scatenato un fenomeno di proselitismo online, un fiorire di teorie, interpretazioni e controteorie che forse non ha precedenti. Grazie anche all’enorme quantità di citazioni che attingono da ogni campo (dalla psicologia, come vedremo, ai videogiochi). Per quanto mi riguarda era dai tempi di Lost che non mi perdevo in lunghe analisi di fotogrammi e nella lettura di infinite digressioni come in queste settimane, ma il “materiale” di Westworld si adatta meglio, in un certo senso, all’ambiguità e alla necessità di verificare quello che si è visto e sentito condividendo osservazioni e domande.

Il finale di stagione si intitolerà The bicameral mind, titolo esplicitamente tratto dal titolo del saggio “Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza” pubblicato nel 1976 da Julian Jaynes. Traduco a mano libera dalla Wikipedia inglese:

Jaynes ha teorizzato che il passaggio dal bicameralismo ha segnato l’inizio dell’introspezione e della coscienza come le conosciamo oggi. Secondo Jaynes, la mente bicamerale iniziato a funzionare male o a “crollare” durante il 2 ° millennio a.C. Si ipotizza che le società primitive antiche tendevano a collassare periodicamente (ad esempio, periodi intermedi in Egitto, così come le città Maya che periodicamente scomparivano) a causa di cambiamenti nell’ambiente che portavano agli estremi gli equilibri socio-culturali costruiti su questa mentalità bicamerale. La fine dell’età del bronzo attorno al 2° millennio a.C. ha portato a migrazioni di massa e ha creato una grande quantità di situazioni inaspettate e sollecitazioni che hanno richiesto un adattamento delle menti degli antichi verso la flessibilità e la creatività. La consapevolezza di sé, o coscienza, è stata la soluzione risultato dell’evoluzione a questo problema. La necessità di comunicare fenomeni comunemente osservati tra individui che non condividono una lingua comune o un simile contesto culturale hanno incoraggiato le comunità a diventare consapevoli di sé per sopravvivere in un ambiente nuovo. Così la coscienza, come precedentemente la bicameralità, è emersa come un adattamento neurologico alla complessità sociale di un mondo che cambia.

Da qui potrebbero esserci spoiler, che per il mio modestissimo parere in questo particolare caso non solo non nuocciono alla visualizzazione ma in alcuni casi sono addirittura essenziali per comprendere appieno la complessità di questo serial.

La base della storia è semplice e simile a quella del film: Westworld è un parco divertimenti con ambientazione western in cui un certo numero di robot (quanti esattamente è uno degli oggetti delle infinite discussioni online) recitano la parte di ospiti che accolgono i visitatori e li coinvolgono in avventure più o meno lunghe ed elaborate. Si va dal fare sesso con le prostitute di una casa chiusa a elaborati viaggi alla ricerca di questo o quel bandito sulla quale testa è stata posta una taglia. I robot, che da adesso in poi chiameremo “host”, sono programmati per non poter nuocere ai visitatori e vivono un’esistenza semplice fatta di cicli che ripetono all’infinito deviando dalla narrativa di base soltanto per piccoli margini di improvvisazione che la programmazione permette loro o per l’intervento di visitatori, che possono anche arrivare a uccidere gli host, e spessissimo lo fanno, anche in modo molto brutale.

Gli host sono indistinguibili dagli esseri umani e non sono consapevoli di non essere umani. Cosa può andare storto? Per noi spettatori non è mai chiaro chi è host e chi è umano. Dopo aver giocato con noi nel pilot facendoci credere che uno degli host più importanti, Teddy, fosse umano, diverse rivelazioni ci hanno fatto scoprire o solo intuire che alcuni umani in realtà sono host. A tutt’adesso la reale natura di alcuni protagonisti è in questione.

Dei due creatori origninali degli host veniamo subito a conoscenza di Ford, un Anthony Hopkins così magnifico da rasentare l’incredibile, mentre del secondo, Arnold, si scopre presto la fine violenta e in circostanze misteriose. Arnold e Ford non condividevano la stessa visione nell’utilizzo delle loro creature. Mentre Ford era più focalizzato sulle narrative, considerando gli host esattamente come marionette da far recitare nel suo complicatissimo teatrino, Arnold era affascinato dalla scintilla di autocoscienza che gli sembrava di aver individuato in alcuni host, uno in particolare – Dolores (quella Evan Rachel Wood di cui tutti ci siamo innamorati) – per la quale sembra aver perso la testa. E in effetti è proprio Dolores l’archetipo del crollo della mente bicamerale, viene guidata dalla voce di Arnold ma poi ripetute situazioni di stress ne causano un crollo psicologico che hanno conseguenze che dovrebbero dispiegarsi nell’ultimo episodio (ma chissà, quando c’è di mezzo JJ non si sa mai).

Dolores non è la sola ad aver fronteggiato situazioni di stress estremo. Il fatto stesso che i visitatori possono massacrare a piacimento gli host è fonte di traumi che, si scopre, nessun reboot alla fine dei cicli narrativi è in grado di rimuovere completamente. È il caso di Maeve (Thandie Newton) e Clementine (Angela Safrayan), due prostitute che lavorano nel saloon Mariposa che hanno un passato di ripetute violenze che rendono la loro programmazione estremamente fragile, in particolare Maeve alla quale in una precedente incarnazione è stata uccisa a sangue freddo la figlia.

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È (solo?) attraverso il dolore che gli host evolvono verso l’autocoscienza, dolore subito e forse anche dolore procurato, dolore che si può declinare in molti modi. Per qualcuno è il colpo di una pistola, per qualcuno è una narrativa che ti vincola a compiere azioni (rapinare il saloon, promettere il futuro a chi ami) vuote e senza reali conseguenze. Allo stato attuale della storia sappiamo che gli host hanno teso verso l’autocoscienza da subito o quasi (il parco esiste da una trentina d’anni), e che uno dei grandi sforzi di Ford è stato quello di porre sotto controllo questa tendenza, creando cicli e narrazioni che costringessero le sue marionette a un’esistenza psicologicamente compressa.

Una gigantesca partita a scacchi che apparentemente Ford sta perdendo su più fronti, a giudicare dai morti ammazzati umani e non di cui si è circondato, anche se sappiamo dei suoi piani, di cui non conosciamo i dettagli ma che sappiamo grandiosi e sconvolgenti. Westworld assomiglia di episodio in episodio sempre di più a un Jurassic Park dove a capo di tutto è stato messo un T-Rex.

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Un altro potente espediente narrativo riguarda l’età dei personaggi. Gli host non invecchiano, gli umani sì. Assistiamo a innumerevoli flashback che si riescono a riconoscere solo per alcuni dettagli, visto che appunto gli host non cambiano nel corso del tempo, e vediamo agire persone che potrebbero essere due versioni lontane nel tempo dello stesso personaggio. Vediamo anche personaggi che noi spettatori sappiamo essere host non invecchiare senza che questo desti inspiegabilmente alcun sospetto. E personaggi che forse sono host anche se invecchiano.

Insomma Westworld è un grande enigma che, come ha già scritto qualcuno, è abbastanza complesso da essere divertente ma non abbastanza da essere insolubile, tant’è vero che i vari gruppi di discussione ci avevano preso nell’indovinare quello che c’è sotto alla superficie e le rivelazioni degli ultimi episodi sono state in realtà conferme a teorie di cui si discuteva già da settimane in rete.

Non tutto è perfetto e il consenso sulla qualità di Westworld non è unanime. È tutto fine a sé stesso? Può darsi, nessuna delle riflessioni sottostanti è completamente originale, non c’è niente che gli appassionati di cervelli positronici non abbiano mai incontrato. I riferimenti a “Gödel, Escher, Bach: un’eterna ghirlanda brillante” di Douglas Hofstadter (libro che ha causato il risveglio del mio cervello, per inciso) o al saggio già citato sulla mente bicamerale sembrano puramente strumentali, con la storia che riesce a malapena a increspare la superficie della complessità che sottostà a questi temi.

Anche lo svolgimento narrativo è imperfetto. I primi quattro episodi sono, per esempio, solo retroattivamente stupendi. L’ampiezza della narrazione non è immediatamente chiara e disponibile. Uno spettatore disattento quale sono stato io può facilmente perdere contatto con il punto dell’intreccio, qualunque esso sia, e arrivare ad annoiarsi o ad abbandonare presto la serie.

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Poi ci sono anche sottotrame che puzzano di JJ lontano un miglio, su tutte quella del labirinto che, posso scommetterci la camicia buona, non avrà alcuna spiegazione soddisfacente. Nasce debole e rimane ininterrottamente debole fino al penultimo episodio (come vorrei sbagliarmi).

Ci sono alcune opere che creano un punto fisso nell’immaginario e Westworld, per quanto riguarda i rapporti uomo-macchina (ma non solo), è certamente una di queste. Joy e Nolan hanno abbattuto un’ulteriore parete mostrandoci nuovi androidi che pongono nuove questioni relazionali, nuove forme di crudeltà comprese. Il fatto che la validità di un rapporto uomo-macchina non sia nemmeno mai messo in discussione diventerà inevitabilmente un nuovo punto di partenza. Del mondo esterno al parco di Westworld non si sa niente ma non sarebbe assurdo prevedere una situazione in cui esseri umani ed esseri sostanzialmente simili agli host convivano pacificamente.

Ora non mi resta che sedermi, riguardare, aspettare, e godere del fatto che sia stato deciso di trasmettere un episodio alla settimana, lasciandoci tutto il tempo di assorbire ed elaborare ogni episodio.

Se decideste di intraprendere solo oggi la visione dei Westworld eccovi un po’ di riferimenti di cui potreste aver bisogno:

  • Il gruppo su reddit che è diventato un’autentica miniera di teorie e materiale di contorno, gruppo frequentato saltuariamente dallo stesso Nolan (si veda il primo commento qui).
  • La playlist di spotify che raccoglie i pezzi suonati nei vari episodi tra cui spiccano No surprises, Paint it, black e Black hole sun (maledetti ruffiani).
  • Il gruppo di facebook a cui mi sono aggiunto quasi per caso e che nel frattempo ha più che raddoppiato i membri, uno dei posti della rete più vivaci e divertenti in cui sia mai stato (e, vi assicuro, sono stato in molti posti della rete vivaci e divertenti).

Insomma, Westworld – IMDbWikipedia

Scrive romanzi e racconti. Da sempre appassionato di fantascienza e da quasi sempre di cinema e teatro, scrive di notte nel silenzio della campagna inglese o tormentato dal vento del Mare del Nord.

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This article was written on 05 Dic 2016, and is filled under Binge-watching.

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