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Whiplash o del non è mai abbastanza


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Con un film come Whiplash bisogna essere sinceri e decidere se filtrarlo in modo personale o meno. Non so se riuscirò a essere obiettiva. In genere non bisognerebbe mai fare concessioni ma questo è un sito di cinema che non c’era, a me piacciono le storie e se qui ogni scusa è buona per parlare di film + storie, fate voi le somme.

Non ho avuto particolari cattivi (anche se il punto è un altro) maestri che mi hanno portato agli estremi di qualcosa e ne ho avuti altrettanti pochi che mi hanno detto good job. Sono sempre stata abbastanza fortunata (o sfortunata a seconda dei punti vista): alle elementari avevo una maestra maniaca della disciplina e se allora mi sembrava una gabbia tutta quella titanica organizzazione giornaliera che si ripeteva quotidianamente, oggi mi serve per gestire in modo lucido e razionale alcuni aspetti della mia vita.

Quando ho studiato danza (dagli 8 ai 18 anni) ho sopportato sessioni infinite di esercizi per migliorare postura e muscoli, far sembrare così semplice e leggera ogni coreografia e il muoversi sulle punte di gesso. Ho devastato i piedi ma non ho li ho mai piagati if you know what i mean.

Non credo che piagarli mi avrebbe reso più brava.

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Se vogliamo fare un parallelo col film ed essere sinceri una volta di più sono sempre stata bravina con la danza, sono arrivata alle selezioni per la Scala a 13 anni ma non sono mai stata eccellente. Sarei sempre stata una ballerina di fila. Quando mi capita di raccontare di quel periodo raramente dico ho fatto le selezioni alla Scala più facilmente racconto che passavo ogni anno gli esami con la famigerata commissione russa che arrivava dal Bolshoi, con voti sempre molto promettenti. O della madre di una delle mie compagne decisamente non adatta a danzare e perennemente fuori tempo ma che veniva mandata al macello per accanimento. Le uniche foto decenti che ho me le ha scattate proprio lei. Me le diede dicendo questa frase: “Fotografavo mia figlia ma in realtà fotografavo te”.

È molto più semplice raccontare di fatti tangibili come un esame passato e certificato da un pezzo di carta che di qualcosa che non hai realizzato ma ci sei andato così vicino.

L’ho capito molti anni dopo il motivo vero per il quale ho mollato a un certo punto: mi dicevo con la scuola non riesco a conciliare tutte queste ore di studio della danza. Devo lavorare, devo rendermi indipendente e questo ho fatto, ho iniziato a lavorare a 19 anni, un anno dopo che ho smesso danza. Non sarei mai potuta migliorare più di così e quel così non era sufficiente. Il Fletcher (immenso J.K. Simmons) in me lo aveva capito prima di ogni altra più o meno utile bugia consolatoria necessaria a staccarsi da qualcosa che era una parte enorme della mia vita. È così che ho imparato la differenza tra essere i migliori e quell’unica tra centinaia. La verità è che non ho voluto essere una ballerina fino in fondo.

Ecco cosa fa Whiplash: ti costringe a fare i conti con quello che davvero vuoi. Vuoi davvero studiare gli algoritmi? Non puoi studiarli mezzo e mezzo. Li devi studiare tutti. Tutti. C’è da essere onesti subito: sei un allievo (Miles Teller, bravissimo) hai una stilla di talento e quanto la disciplina, lo studio, la volontà possono portarti lontano? Quanto sei disposto a tollerare di essere mediocre perché non c’è stato nessuno che ti ha detto fai schifo?

Per superare i propri limiti ci sono persone che credono sia necessario farlo con qualsiasi mezzo, persino con la violenza, la sopraffazione. Non è questione di giusto o sbagliato, ma di volere o non volere. Di scegliere di fare e di non fare. È questione di cassa di risonanza.

Non ho bisogno di un film come Whiplash per ricordarmi una volta di più che per fare passi verso qualcosa si deve avere tigna, si devono prendere bastonate, si deve spremere tutto e quando il succo è finito. spremere le bucce, quando le bucce sono secche, centrifugare, quando tutto è polverizzato, liofilizzare e di nuovo, ricominciare ma ne ho bisogno per ricordarmi una volta di più che io sono l’impostore perché sono quella che siede al piano o che balla o che scrive qualcosa e non viene scoperta.

Sono quella che riceve l’applauso perché è stata talmente brava da fregare tutti e convincerli della propria esibizione, che le parole che ho scritto sono le migliori che si siano mai potute scrivere, che le mie foto ti piacciono perché sono quella che pratica in modo sistematico e studia ogni errore senza autoassolversi per non ripeterlo la volta dopo, che sono quella che è appena un passo davanti a te ma riesce a farlo sembrare un oceano perché io sono da questa parte e tu no, che sono quella che ha fatto qualcosa che tu non hai osato fare e che quello che ho osato fare non è comunque abbastanza ma copre la distanza tra coloro che guardano e coloro che fanno.

Whiplash è un film rivelatorio, totalizzante ed elettrico. Ne puoi riconoscere i tratti manipolatori  e decidere di respingerli, puoi osservarne lo svolgimento rassicurante, persino un po’ prevedibile e al contempo assorbirne quelli più onesti e retorici perché laddove il talento ti può tradire e la pratica sostenere, solo la paura di essere uno dei tanti può spingerti a volere e Whiplash è un film che vuole. Punto.

Whiplash – IMDb – Wikipedia

PS Ecco la Scuola di Danza dove ho passato dieci anni della mia vita. PPS ecco la foto.

La foto

 

Daniela Elle
Apre il suo primo blog di cinema nel 2004. Dopo averci pensato per almeno tre anni, nel 2014 fonda il collettivo cinefilo de Gli88Folli. Giusto per menarla quanto basta ha scritto e pubblicato un sacco di cose che sono arrivate in Cina e in Russia e voi no.

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This article was written on 27 Gen 2015, and is filled under Le storie del cine, Scuse per parlare di film.

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