Wild, di Jean-Marc Vallée (ma forse più di Reese Witherspoon)


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Reese Witherspoon si sta saldamente costruendo una reputazione come produttrice; la sua compagnia, Pacific Standard, ha prodotto nel 2014 Gone girl e Wild. Funny fact: entrambi i film sono in corsa per l’Oscar alla miglior attrice: Rosamund Pike per Gone Girl, la stessa Reese Witherspoon per Wild, nonché Laura Dern come miglior attrice non protagonista in Wild.

Entrambi i film, poi, sono tratti da libri scritti da donne (Gillian Flynn per Gone girl, Cheryl Strayed per Wild). Una ventata di femminismo ad Hollywood? Può darsi, almeno così sembra pensarla l’autrice dell’autobiografico Wild: From Lost to Found on the Pacific Crest Trail, Cheryl Strayed, che ha affermato che la mancata nomination all’Oscar del film tratto dal suo libro è dovuto al sessismo di Hollywood. Sarà; ma già le due nomination ottenute per la recitazione a me sembrano pure troppe per un film davvero poco interessante.

Il film narra del viaggio intrapreso da Cheryl Strayed lungo il Pacific Crest Trail, un itinerario naturalistico di 1500 km che attraversa tre Stati (California, Oregon, Washington). Cheryl non si lancia in questo lungo viaggio perché è un’appassionata di trekking; al contrario, non ha nessuna esperienza, e si vede. Allora, perché lo fa? Vari flashback durante il film ci svelano la sua vita complicata: la morte della madre, il divorzio col marito, la dipendenza da eroina. Per ritrovare se stessa, allora, Cheryl riempie il suo zaino gigante e si mette in marcia: tra momenti di disperazione, solitudine, citazioni di poeti, incontri di personaggi secondari talmente stereotipati da risultare quasi caricaturali, riuscirà a portare a termine la sua impresa.

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Insomma, un film che avete già visto decine di volte. Il peggio è che non c’è nulla di davvero interessante nel film, la cui trama esile e senza spunti concilia gli sbadigli. I flashback, che dovrebbero farci entrare nel vivo della storia della protagonista, non riescono ad essere più interessanti: brevi sequenze abbozzate, in cui gigioneggia una sottoutilizzata Laura Dern, che si inseriscono nella narrazione senza troppa forza, nonostante il contenuto vorrebbe e dovrebbe essere “forte” (sesso, droga, malattia, morte). Reese Witherspoon porta sulle spalle, oltre al mega-backpack, anche tutto il film (credo sia in ogni inquadratura), ma entrambi a fatica, quasi come se la sola più importante fosse di portare l’impresa a termine, anziché il cammino stesso. Lo spettatore non tarda ad avere la stessa impressione rispetto alla visione del film.

La sceneggiatura del film è stata affidata a Nick Hornby, la regia a Jean-Marc Vallée, il regista di Dallas Buyers Club. Nomi importanti, che si limitano però al compitino. Fatto anche male, secondo me: Hornby non pare troppo a suo agio con questo tipo di materiale così femminile e così americano, e nemmeno la sua riconosciuta competenza musicale riesce a lasciare il segno (El condor pasa? Ma davvero?); Vallée invece taglia teste e corpi fuori dalle inquadrature per motivi misteriosi, e non riesce a filmare la natura in modo da farci provare un’emozione, che sia la meraviglia o il timore riverenziale. Nessuno gli chiede di essere Malick, ma il film è ben lontano anche da Into the wild di Sean Penn.

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Si può fare ottimo cinema anche con poco o niente. Prendete Boyhood: la storia di un tizio qualsiasi che va a scuola, assiste a matrimoni e divorzi di sua madre, inizia a bere e a far l’amore, si riavvicina al padre, diventa grande, si iscrive all’università, esce di casa. Una storia americana comune, senza grandi eventi traumatici, che potremmo aver visto mille volte, ma raccontata in un modo tutto nuovo, originale, con un regista ed attori particolarmente ispirati, coinvolti dal progetto. Qui invece la tensione tra una trama principale in cui non succede nulla di interessante e un passato ricchissimo di scontri e di drammi non riesce a trovare un punto di equilibrio, un motivo di interesse. Per due ore ci annoiamo seguendo le vicende di Reese Whiterspoon e domandandoci per quale motivo ci dovrebbero importare.

Personalmente, non sapevo che il film fosse tratto da un libro di memorie di grande successo. L’ho scoperto dapprima alla fine del film, quando le foto della vera Cheryl Strayed appaiono sui titoli di coda, poi su Internet. Forse gli spettatori americani vedranno dunque un film diverso, l’adattamento di un best-seller che sono curiosi di vedere portato sullo schermo.

Il film che ho visto io, invece, è semplicemente una storia già vista raccontata in modo noioso.

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Marianz
Eterno studente, precario, cinefilo a tempo perso, ghostwriter, viaggiatore, oppure pornografo, chi è Marianz? Lo hanno visto aggirarsi come Belfagor per le sale del Louvre, oppure a dormire su un libro nella biblioteca della Sorbona; lo hanno rivisto tra le piccole sale del Quartiere Latino, poi a farfugliare discorsi inconcludenti a tarda notte nelle peggiori bettole dell'Est parigino. Lo hanno anche visto bere a una fontana, ma non era lui.

2 Comments

  1. Uzzo
    aprile 10, 2015
    Uzzo

    Pensa che io ho amato, pur riconoscendone certi limiti e il rischio di essere un Into the wild for dummies. Reese è bravissima e si nota tutto il suo impegno (brava così non si vedeva da tempo), il montaggio alternato non annoia e certe scene mi sono rimaste impresse (la volpe, l’incontro col bambino che canta). Sicuramente con un materiale del genere – molto abusato e saccheggiato – si poteva osare qualcosa di più ma poteva essere anche molto, molto peggio. Insomma lo zainone a me non è pesato.

  2. Daniela Elle
    aprile 10, 2015
    Daniela Elle

    nemmeno a me devo dire, raga

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