Wild


Wild è la storia di una traversata del deserto – attraverso la Pacific Crest Trail, che unisce il Messico al Canada, passando per la Sierra Nevada californiana. Come nell’archetipo di tutte le traversate del deserto, quella biblica, Wild è quindi anche la storia di una liberazione dal proprio Egitto personale: dalla schiavitù della droga, del sesso sprecato, della sofferenza come schiavitù – fino all’arrivo nella terra promessa, dove la sofferenza definisce una persona ma non la imprigiona più.

 

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È un viaggio attraverso paesaggi grandiosi, filmato con l’occhio naturalista americano dei grandi fotografi, che da Ansel Adams in avanti hanno creato una visione riconoscibile e ben definita. Ma anche un viaggio attraverso le minuzie della natura come appaiono all’uomo urbano, che non le conosce e se ne spaventa, e per la stessa ignoranza le affronta senza pensarci troppo. L’uomo qui è una donna, una protagonista fragile e dura, dura ma non forte, distante da tutto e da tutti, ma sempre pronta a dire sì, come afferma lei stessa. Un sì alla vita che le è stato insegnato dalla madre amatissima, una donna fragile anche lei, ma forte, capace di amare la bellezza con una forza che all’inizio del viaggio la figlia fatica a comprendere. Cheryl, la protagonista, imparerà il grande segreto che le viene da lei. Imparerà ad accostarsi all’insegnamento della Grande Madre con le dovute cautele, perché scoprirà che dire sempre di sì può essere devastante come a volte è madre natura stessa, se affrontata senza il dovuto rispetto.

Nick Hornby ha partecipato alla sceneggiatura, tratta dal libro originale di Cheryl Strayed, che ha attraversato la PCT nella vita reale. A me pare che la mano leggera dello scrittore inglese si veda nel film: non era facile tenersi lontani dalla retorica della natura e da quella del dolore, e nello stesso tempo rispettare i grandi sentimenti, di natura e di dolore che sono la spina dorsale della storia di Wild. C’è tutto quello che ci possiamo aspettare in un film del genere – l’incontro con l’animale selvatico che è un’epifania; il senso d’inadeguatezza dell’uomo di fronte alla natura selvaggia – ma non è sottolineato. È usato con semplicità per accompagnare la protagonista nel suo percorso. Il risultato finale è una freschezza della storia che ci è stata narrata già tante altre volte.

Jean-Marc Vallée, il regista, che aveva diretto anche un altro gran film, Dallas Buyers Club, trova momenti di poesia pura anche in Wild: nella scena del bambino, per esempio, che canta nel vuoto quasi pneumatico di un momento non particolarmente significativo della storia: eppure la commozione rompe inaspettata e improvvisa, molto dolcemente. Bravissima Laura Dern, che nel film è la madre, che riesce a stare in equilibrio perfetto tra l’idealista sentimentale che non capisce cosa le accade, e la donna che subisce un’esistenza troppo cruda.

 

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Non era facile trattare in modo interessante la storia di Cheryl, una donna abbastanza comune, che attraversa un’esperienza già raccontata migliaia di volte: Wild ci riesce sottraendo; tiene l’enfasi al minimo – dell’avventura alla scoperta di se stessi, si concentra su quegli aspetti che sono stati raccontati meno. Per esempio lo sguardo così poco sentimentale che la protagonista ha sulla propria vita e le sue avventure, che la rende una di noi, ma così diversa.

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Quando bastava soffiarsi il fumo di sigaretta addosso uno con l'altro, e dire di essere stati al cinema per passare i pomeriggi dove ci pareva, fumando ancora e facendola franca coi genitori.

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This article was written on 07 Mag 2015, and is filled under Scuse per parlare di film.

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