Zootropolis: alzare l’asticella


Ricapitolando, negli ultimi anni tra Disney e Pixar (devo dire che non ho ancora bene in testa la distinzione) abbiamo avuto film d’animazione su:

  • lasciare liberi i figli;
  • l’elaborazione del lutto;
  • i sogni di gioventù che non si avverano e comunque non si avverano mai come vogliamo noi;
  • il femminismo;
  • i traumi dell’adolescenza e l’importanza dello stare male per crescere.

Lascio al lettore la libertà di decidere quale è quale o anche di decidere che sono un cialtrone (nel caso, caro lettore, sappi che siamo in due a pensarlo).

In ogni modo, la facilità con cui i cartoni animati dal 2000 in poi affrontano temi pesantissimi e universali riuscendo a parlarne con levità ed equilibrio ha reso i cosiddetti “film per bambini” probabilmente la produzione più adulta in circolazione e questo anche trascurando lo Studio Ghibli (non trascurate lo Studio Ghibli). Sarà perché i personaggi animati non esistono nel mondo reale, non portano con sé nessun bagaglio e perciò riescono meglio a dire cose difficili, sarà perché la favola ha sempre avuto un obiettivo di insegnamento morale e questi film ne sono la naturale evoluzione, sarà perché con una commedia animata è più facile parlare con leggerezza di temi drammatici, sarà forse un misto di tutto questo con la probabile aggiunta di tanti altri aspetti che non ho i mezzi per decifrare, fatto sta che Disney e Pixar sembrano impegnate in una gara per produrre il film d’animazione più profondo ogni anno, rilanciando ogni volta sulle idee e sulla qualità del prodotto.

Tuttavia, la parziale e tutt’altro che esaustiva elencazione di poche righe più sopra sarebbe sufficiente a far tremare le vene ai polsi a uno sceneggiatore, pertanto la Disney ha deciso con Zootropolis di prendersi una pausa di riflessione e dedicarsi, una volta tanto, a un argomento leggero e scarsamente impegnativo: il razzismo e gli stereotipi.

La premessa è la più archetipica possibile, per una favola: ci sono degli animali che si comportano come uomini. Ovvero: in un mondo in cui gli uomini non esistono tutti i mammiferi si sono evoluti e hanno raggiunto un livello di tecnologia e civiltà più o meno identico a quello umano attuale. Predatori e prede convivono in armonia, ciascuno fa il lavoro che preferisce in base alle proprie inclinazioni e non alla propria specie e Zootropolis è la capitale, il simbolo del melting pot animale. Peraltro, il fatto che si siano evoluti solo i mammiferi risponde alla domanda implicita sul cosa mangino i carnivori, anche se non si vede mai nessun appartenente alle altre classi (classi nel senso di rettili, uccelli, pesci e anfibi, non sociali) (per quanto… no, niente).

Judy Hopps è una coniglia di campagna giovane e idealista che vuole rendere il mondo migliore diventando un agente di Polizia (il primo agente coniglio, perché di solito i poliziotti sono animali più potenti quali rinoceronti, leoni, elefanti, bufali) e grazie all’impegno, alla sua incrollabile determinazione, alla sua intelligenza e a un po’ di fortuna riuscirà a risolvere un caso che mette a rischio la stessa sopravvivenza dell’utopia su cui si fonda Zootropolis. Nel farlo, riceverà l’aiuto – all’inizio riluttante – di una volpe furba (duh) e disincantata, scontrandosi con i pregiudizi altrui nei confronti dei conigli e prendendo coscienza dei propri verso i predatori.

ZOOT1

Le dimensioni contano.

La storia è tutta qui: il successo attraverso l’impegno, non darsi mai per vinti, dalla campagna alla grande città, la realtà non è mai quella che avevi sognato, chi non ha fiducia in te si ricrederà, eccetera. Tutti i cliché più consolidati sono usati al servizio della vicenda: c’è persino un boss mafioso soprannominato Mr. Big, ovviamente piccolissimo.

Addirittura Zootropolis si permette di disseminare indizi espliciti senza tanta preoccupazione, perché sa che l’intreccio poliziesco ha un’importanza relativa: nel senso che è piacevole e ben congegnato, ma certamente non è una sceneggiatura rivoluzionaria.

ZOOT2

Indizi.

Perché non è quello il punto di Zootropolis: il punto è che gli animali hanno paura. Le prede hanno paura dei predatori, i predatori hanno paura che le prede abbiano paura di loro e quindi sono sempre sulla difensiva, col rischio di diventare aggressivi perché non si sentono accettati. Il comportamento “sbagliato” – per ignoranza, per insicurezza, per paura, per semplice stronzaggine – di un membro di una comunità non fa che confermare i timori dei membri dell’altra comunità, alimentando il circolo vizioso delle diffidenze. Così la paura diventa anche lo strumento più potente di dominio della maggioranza sulle minoranze: le prede sono circa dieci volte tante rispetto ai predatori e non mi sbilancerò a dire che è una cifra grossomodo simile alla situazione degli Stati Uniti, però il sospetto che non sia casuale c’è.

Tra l’altro, uno dei personaggi minori a un certo punto esprime esattamente questo concetto, parlando delle proprie insicurezze di gioventù che si trasformavano in aggressività e rabbia incontrollata: il discorso all’interno del film è circostanziato, tuttavia è facile fare il passo dal particolare al generale.

(In più c’è un certo ciuffone cotonato che a me ne ricorda un altro, ma forse è solo una coincidenza)

tru

Coincidenze.

Zootropolis è un film che senza colpo ferire sottolinea l’importanza del linguaggio politically correct (perché le parole sono importanti) nel non far sentire categorizzato l’interlocutore e che, sempre senza esitazioni, parla dell’inclusione di membri delle minoranze come elemento di propaganda politica: alla fine, con un po’ di coraggio, si potrebbe dire che la Disney ha usato i suoi animali antropomorfizzati per fare quella cosa che si chiama satira sociale. Che bizzarria.

Inoltre, l’idea della droga come arma sociale richiama l’accusa secondo la quale la CIA abbia aiutato la diffusione del crack nelle comunità degli afroamericani al fine di distruggerne il tessuto sociale e perpetuare la condizione di white privilege, oltre che per finanziare i Contras nicaraguensi. Così, tanto per rimarcare che il film più impegnato dell’anno ha come protagonista una coniglia poliziotto e una volpe con la cravatta.

zoot3

Satira sociale.

In tutto ciò, non vorrei rimanesse trascurato un aspetto non secondario: Zootropolis è divertentissimo. Le espressioni degli animali sono pazzesche, il ritmo indiavolato, i personaggi sfaccettati e ben sviluppati, alcune gag francamente irresistibili (la motorizzazione!). Che lo si guardi come commedia, come satira, dal punto di vista tecnico o da quello delle voci degli attori è davvero difficile restare insoddisfatti.

Ah, a proposito di attori: vi suggerisco, vi raccomando, vi imploro di guardarlo in originale perché ci sono Ginnifer Goodwin, JK Simmons, Idris Elba e soprattutto un incredibile Jason Bateman nei panni della volpe Nick, che con un range minimo di tono e volume di voce riesce a trasmettere tutte le sfumature di senso. Non è la prima volta che gli attori bravi si rivelano bravi anche a doppiare film d’animazione, ma secondo me Bateman è una testa sopra tutti quelli che si sono cimentati finora.

Infine, varrebbe la pena di guardare Zootropolis anche solo per le finezze, gli ammiccamenti, le citazioni pop di cui è disseminato. A me sono piaciute così tanto che sento di doverne elencare un piccolo florilegio:

  1. L’ariete Doug, fabbricante di droga con un laboratorio molto simile a quelli per la fabbricazione del crystal meth, ha due aiutanti di nome Walter e Jesse;
  2. La figlia del boss mafioso Mr. Big ha l’accento e i capelli di Snooki Polizzi di Jersey Shore;
  3. Ricordate l’antipatico Duca di Weselton di Frozen? Per tutto il film veniva soprannominato il Duca di Weasel Town (gioco di parole con “weasel”, che vuol dire letteralmente “donnola” ma spesso è usato per intendere una persona viscida, subdola). Bene, qui c’è una donnola – piuttosto subdola – che si chiama Weaselton, ma viene soprannominata Weselton per farla arrabbiare;
  4. La stessa donnola – doppiata da Alan Tudyk – vende copie pirata dei film Disney in versione animalizzata, con titoli come Pig Hero 6, Meowana e Wreck-It Rhino;
  5. All’agente Wolford dello ZPD (Zootropolis Police Department) (indovinate che animale è) viene assegnata una missione sotto copertura: ovviamente il suo costume sarà quello di un montone.
Undercover_Cops

Esopo is pleased.

Ma alla fine è una favola e, come in quasi tutte le favole, alla fine vissero tutti felici e contenti, celebrando la ritrovata armonia ballando sulle note di una canzone di Shakira (la quale, da parte sua, interpreta la popstar Gazelle): e chi siamo noi per esimerci?

Sì, siamo così semplici.

Zootropolis – IMDbWikipedia

Luca Traversa
Passa sull'internet senza lasciare traccia e spera di continuare così. Ha due o tre ossessioni e non fa nulla per tenerle per sé.

Lascia un commento

Information

This article was written on 29 Lug 2016, and is filled under Non è il mio genere, Scuse per parlare di film.

Current post is tagged

, , ,