Arrival, ovvero l’approccio sapiosessuale all’appassionato di SF


E già da questa scena, diciamolo, si comincia benissimo

Partiamo subito dagli elementi essenziali: Arrival è un bel film.
Arrival è un ottimo film. Uno di quei film che non ti penti di essere andato a vedere al cinema, nonostante io, come mi è già capitato di sottolineare, ami il cinema, ma odii visceralmente andarci, al cinema.

A ogni modo, nonostante una rissa sfiorata e il livello di fastidio alle stelle (sì, sono socievole. No, non è una battuta, sono DAVVERO socievole. Ma non al cinema), il film è valso lo sforzo fatto. E lo è valso dall’inizio alla fine, cosa sempre più rara nella produzione cinematografica recente. Niente sciatteria nella storia, niente WTF (ce n’è solo uno, piccolo, che non vi spoilero ma che, diciamo così, rimane aperto alla discussione, niente di veramente determinante, comunque), nessun uso muscolare (e sostitutivo) di effetti speciali, che ci sono, sono molto ben fatti, ma incredibilmente minimalisti (non avrei mai pensato di apprezzare così tanto una nave aliena che somiglia a un ciottolo) ed eleganti, se così si può dire.

Niente banalità, pochissime esplosioni (una) e alieni stranianti nella loro alienità (e quindi, per quel che mi riguarda, riuscitissimi), senza denti aguzzi, occhi da rettile e altre amenità a cui ci ha abituati la fantascienza dozzinale.
Un’idea intelligente, in effetti non proprio nuova anche se per molti potrebbe risultarlo (a questo proposito incoraggio tutti ad andarsi a ritrovare e leggere un capolavoro di Samuel R. Delany del 1966, Babel-17, mi ringrazierete e no, la voce di Wikipedia Italia non è esaustiva), ma comunque ben focalizzata e perfettamente sfruttata nell’economia della storia.

Va detto che il film è tratto da un racconto breve di Ted Chiang, un informatico pazzo e geniale, anche se purtroppo non granché prolifico come scrittore di SF, ma sappiamo bene quante volte, pur partendo da materiale letterario egregio, i film, e in particolare quelli di fantascienza, ci hanno deluso. Ecco, non è questo il caso, per fortuna.

L’immagine serve solo a rappresentare il prodotto

Probabilmente avrete letto in diverse recensioni che in realtà Arrival è una storia d’amore più che un film di fantascienza. Non è assolutamente vero. È un film di fantascienza che contiene ANCHE una storia d’amore. Dire che Arrival è una storia d’amore è come dire che Interstellar è un film che parla del rapporto padre-figlia. Sono tutte cose vere, ma non esauriscono in alcun modo un bel film di SF, costruito in modo decisamente migliore rispetto alla stragrande maggioranza dei film di fantascienza che abbiamo visto negli ultimi anni.

Intendiamoci, non è un film coraggioso come Interstellar (che per me rimane IL film di SF di riferimento quantomeno dell’ultimo decennio), ma è, a suo modo, un instant classic.
Arrival è, in primis, un film intelligente e che costringe lo spettatore a pensare. E certamente riesce ad affascinarlo.
Mi spingerei a dire che Arrival è il tentativo, ben riuscito, di costruire un film a teorema, forse un po’ freddo, ma intellettualmente godibile. Villeneuve (che ha lavorato moltissimo sulla sceneggiatura) sembra voler dimostrare che non solo si può costruire uno splendido film di SF senza usare esplosioni realistiche e tonnellate di CGI, ma pure senza inutili esplosioni emotive. Un’emozione c’è ed è il fil rouge di tutto il film, ma si tratta di una sottile e chirurgica lama che taglia tutta la storia sino a ricominciare dall’inizio, esattamente come uno dei misteriosi ouroboros della scrittura aliena.

La scrittura degli alieni è, obiettivamente, una figata

I protagonisti, tutti bravi, tutti misurati e credibili, a partire da Amy Adams, l’attrice che sta prendendo nei nostri cuori il posto che fu di Julianne Moore, qui sempre più brava (e bellissima <3, ciao Amy, lo so, lo so, mi ero promesso a Jessica Chastain? Rispondimi presto! Fermoposta Maialone Criticone c/o Gli 88 folli).

Bravo e, devo dire, mai sopra le righe Jeremy Renner. Finalmente in una parte decente, a fuoco e soprattutto non completamente inutile, Forest Whitaker (Sì, amici di Rogue One, sto parlando con voi, ma che parte era quella, a cosa serviva?!). Per il resto, un contorno di personaggi secondari, di soldati trumpisti e di generali cinesi guerrafondai (un bel tocco alla Philip Dick, devo dire, anche se non so quanto volontario) che non vi lasceranno granché nella memoria. Le luci della ribalta sono tutte su questi tre e in particolare su Amy Adams, protagonista assoluta. E gli alieni ectapodi, naturalmente.

Cosa dire? Evidentemente anche l’Academy la pensa come noi, viste le nomination che sono fioccate (e che, ne converrete, non sono proprio la norma di film di SF). L’unica cosa che non ci si spiega è che abbiano lasciato da parte Amy Adams e ce la possiamo spiegare solo con una, evidentemente sinora sconosciuta, cabala degli Oscar che statuiva che non fosse questa l’annata per le redhead che recitano daddio.

Andate a vederlo, ne vale proprio la pena. E speriamo, come già scrissi per Interstellar, che di film di SF così ne facciano sempre di più.

 

Arrival – IMDbWikipedia

 

Blogger, flamer, joker, midnight talker, playing my music in the sun, ma soprattutto cretino.

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This article was written on 26 Gen 2017, and is filled under Arredamenti Kubrick, Non è il mio genere, Parlo mai di astrofisica io?, Scuse per parlare di film.

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