Everest o non Everest


1Non ci è dato sapere quando e come sia nata l’idea di fare di Everest un blockbuster in 3D ma l’impressione è che a Hollywood abbiano approfittato del povero Baltasar Kormákur, calato dal 66° parallelo Nord, per rifilargli una patata bollente.

Quello che ne è risultato è un film bicefalo.

Da una parte c’è la produzione/distribuzione che pompa sul sensazionalismo. Basta leggere la locandina per capire che cosa intendo: The most dangerous place on Earth. Una definizione che più stereotipata non ce n’è. Based on the incredible true story. Laddove l’aggettivo “incredible” per una vicenda nella quale sono morti 8 scalatori suona un po’ infelice. E, infine, l’incommentabile Experience Everest in 3D.

Dall’altra parte c’è Kormákur che tra il cinema e gli uomini ha scelto gli uomini. Attentissimo alle testimonianze dei sopravvissuti e alla memoria delle vittime, ha tenuto basso il volume dell’epica e dell’enfasi, delle musiche e della drammatizzazione e, a dispetto del carrozzone produttivo, ha girato il film che avrebbe girato anche se a produrlo fosse stato il Fondo Islandese per il Cinema. Chi lo conosce un po’ non può stupirsene. Il regista islandese è un tipo dal grande rigore morale, che non teme gli aut aut. L’ha dimostrato in un film peloso come Una tragica scelta, ma non solo.

Si è concesso un solo vezzo: nella scena che apre i titoli e che viene ripetuta nel corso del film. È un carrello che scende riprendendo gli scalatori che salgono, e che crea un moto ascensionale artificiale vagamente spikeleeano perché gli scalatori sembrano quasi su una scala mobile. Mi è sembrata una strana scelta per un film che nei restanti 120 minuti persegue il realismo più assoluto, ma è un’immagine con la quale Kormákur sembra ammettere la propria distanza dalla vicenda. Distanza etica, ma forse anche caratteriale.

Jake EverestSobrissimo e scrupolosissimo nei momenti più tragici, Kormákur allenta le redini quando racconta di coloro che si sono salvati, per esempio nelle scene con Peach, interpretata da una fantastica Robin Wright. E nella bellissima prima parte del film, dove narra l’avvicinamento alla meta, la scoperta dei villaggi nepalesi, l’arrivo al campo base, le dinamiche di gruppo, il carattere dei singoli. Una menzione speciale va a Jake Gyllenhall, che ha creato un personaggio che sotto certi aspetti è un cliché ma che nelle sue mani ha acquistato vita.

Film bicefalo, dicevo. Ma potremmo anche considerarlo un esperimento atto a verificare se il 3D funziona anche con una storia di questo tipo. Che cosa succede se si utilizza un formato che in teoria favorisce l’immedesimazione per raccontare una storia che invece di espanderti l’animo te lo contrae, che invece di riempirti di energia ti annichilisce, che invece di farti mangiare popcorn ti chiude lo stomaco? Possiamo vederla anche così.

Ma la vera verità è che, nonostante le spettacolari riprese dell’Everest, probabilmente le migliori mai effettuate fino a oggi, nonostante la grande sensibilità con cui ha raccontato la vicenda, questo è il film meno personale di Kormákur e sono sicura che il prossimo sarà migliore. Ora guardatevi Cani sciolti per tirarvi su il morale.

Federica Guarnieri
Per lavoro scrivo di viaggi. Nel tempo libero viaggio con i film.

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This article was written on 14 Ott 2015, and is filled under Non è il mio genere, Parlo mai di astrofisica io?, Scuse per parlare di film.

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