Game Therapy: la recensione del pubblico


Pronto a due ore di sano divertimento, allietato dall’idea di assistere a incredibili avventure, e soprattutto con la speranza di veder rinascere attraverso strade misteriose il cinema “di genere” italiano, sono andato a vedere Game Therapy, pellicola che oltre ad avere come protagonisti dei notissimi youtuber avrebbe dovuto fungere da apripista per un nuovo modo di fare cinema “giovane”.

Mi sono bastati cinque minuti per capire che al posto del film sarebbe stato più utile recensire gli spettatori.

Ed è esattamente quello che ho fatto.

Fortunatamente avevo scelto una proiezione pomeridiana (agli spettacoli serali, mi avevano detto, non ci va quasi nessuno), ma ugualmente la sala era tutt’altro che piena. Il gruppo più grosso era rappresentato da nove ragazzine più o meno tredicenni, seguito da quello di cinque bambini intorno ai 10 anni accompagnati – presumo – dalla madre di uno di loro.

La madre era carina, sui 40, gran bella donna. Capelli lisci, lunghi (purtroppo il buio della sala mi ha impedito di vederne il colore ma mi sono rifatto all’uscita: biondo tinto), maglioncino con scollo a “V” e camicia bianca slacciata sul collo. Non credo che il bambino che aveva accanto (un bambolone pacioccone con le guanciotte, gli occhialetti rotondi e ovviamente una vasca di popcorn in mano e coca al fianco come la lancia di un cavaliere medioevale) fosse suo figlio, perché di solito i figli dopo una certa età tendono a stare il più lontano possibile dalle Madri Accompagnatrici, ma non sono riuscito a distinguere nel mucchio quale fosse il suo. Forse l’ultimo della fila, un magrettino coi capelli dritti in testa, tenuti su a mò di spilli con tanto gel, e con addosso un maglione a collo alto. Era anche il più turbolento del gruppo, mentre i tre centrali (il primo un bimbo anonimo, di quelli dal mento lungo e l’aria da addormentato, il secondo un latino dai capelli tagliati quasi a zero sui lati e un ciuffo elaborato tirato da un lato, il terzo un nerino dalla testa rapata) parevano quelli disposti a seguire il film con più attenzione.

Tutti e quattro, però, si agitavano sulla sedia come vermi in un barile. Inizialmente credo per il divertimento e per l’’eccitazione di essere al cinema, ma andando avanti credo più per la noia. L’unico quasi imperturbabile era il grassettino, che ha continuato a ruminare per quasi tutto il primo tempo.

La madre accompagnatrice, devo dire, ha seguito poco. All’inizio si è preoccupata di far star buoni i piccoli, ma quando ha visto che iniziavano a concentrarsi sul film ha tirato fuori un cellulare (ho visto il bagliore che le illuminava il viso) e ha iniziato a chattare con qualcuno. Ho optato per l’idea della chat perché di tanto in tanto la vedevo mettere via il telefono e rialzare la testa, per poi riabbassarla qualche momento dopo. E via così.

Riguardo al gruppo delle ragazzine: tutte vestite più o meno uguali, con giacchettino imbottito lucido e con cappuccio uguale, maglioncino uguale, capelli lungi e lisci uguali, jeans e scarpe alte uguali (le ho riviste quando sono uscite dalla sala). Ma devo dire che sono state quelle più interessanti da guardare (a parte la Madre, ovvio). Si sono guardate il film dall’inizio alla fine, ridacchiando e sussurrandosi cose all’orecchio, sbracandosi sempre più sulle poltrone, facendosi qualche dispettuccio nei momenti di stanca (tiro di popcorn, Maaaartaaa!, risatine. Tiro di biglietto appallottolato, Giuuuuliaaa!, risatine) ma soprattutto osservando le immagini che scorrevano con due sole espressioni in viso, in stile “acceso” o “spento”. Quando apparivano gli youtuber, quando si parlava di quella ragazza di cui uno dei due è innamorato, e quando si rideva: acceso. Nelle scene di azione o di tema video ludico: spento. Come se andassero in standby.

L’impressione che ne ho avuto è stata quella che la storia, per loro, fosse un semplice accessorio, un elemento al quale non prestare attenzione e da lasciarsi alle spalle senza alcuna riflessione consapevole, funzionale solo alle apparizioni dei divi youtuber che nella pellicola svolgevano un po’ le funzioni delle scimmie allo Zoo: a casa le avrai viste mille volte, ma a vederle dal vero ci vai lo stesso, perché, insomma, non è la stessa cosa.

Quindi: ragazzine uguale acceso/spento. Popcorn. Risatine. Fine.

Ah, a un certo punto, pochi minuti dopo l’inizio del secondo tempo, cinque su sei sono uscite tutte per andare al bagno, tornando dopo 10 minuti buoni. Allora mi sono concentrato su quella che era rimasta, una palliduccia dal volto anonimo e il naso troppo lungo, ma non sono riuscito a cavarne niente di più di quel che già sapevo.

Altre presenze in sala: una coppia di sposi (o compagni etc) dall’aria coscienziosa, che dopo una trentina di minuti si sono guardati negli occhi in silenzio, e in virtù di quella magica forma di comunicazione priva di parole tipica di chi si ama, e che si instaura solo dopo essere vissuti insieme per tanto tempo, si sono probabilmente detti che continuare a soffrire così non aveva senso, e che a quel punto conveniva andare dal macellaio e infilare le mani nel tritacarne, perché la sofferenza sarebbe almeno finita più in fretta.

Si sono alzati e se ne sono andati.

Seconda presenza: tre ventenni con l’aria da nerd. Tipo A cicciotto, non attraente, faccia brufolosa, espressione scettica. Indicava lo schermo tutte le volte che sentivo sparare dietro le mie spalle, quindi suppongo fosse un esperto di videogiochi che aveva da dire la sua su certe citazioni. Tipo B sfigato metal, con maglietta nera di gruppo pseudo satanista greco (Rotting Christ) e braccialetto chiodato a un polso. Tipo C gobbetto e con pizzetto rado, aria del lettore di fumetti sempre negativo o blogger che prendeva appunti mentali per una recensione negativa (o un filmatino, perché no). Hanno commentato, direi, quasi ogni scena.

Terza presenza: coppia di anziani signori che forse avevano avuto il biglietto omaggio all’Eurospin. Lui, cappotto cammello che non ha voluto togliersi nonostante le insistenze della moglie, a un certo punto ha reclinato la testa e ha dormito per quasi tutto il secondo tempo. Si è risvegliato con un bel sorriso, quindi penso che si sia divertito tanto quanto gli altri spettatori, forse di più.

Quarta presenza: ragazzini ma soprattutto ragazzine assortite, in gruppi di due/tre (massimo 5), dalle espressioni poco vivaci, che guardavano lo schermo ora con impazienza, ora con un sorriso, ora con la modalità “spento”. Di tanto in tanto parlottavano, ridevano, si alzavano e venivano tirate giù dagli amici, controllavano a più riprese il cellulare mai spento, sgranocchiavano merendine e succhiavano da cannucce bianche. Un ragazzino si è sbrodolato con un gelato. Nient’altro da segnalare.

Quasi nessuno ha lasciato la sala oltre alla coppia di sposi, ma quando infine il film è finito i ragazzini si sono alzati tutti subito, di scatto, come quando suona la campanella dopo una lezione non particolarmente interessante. Arrivederci, arrivederci, il film subito dimenticato, fuori in fretta senza neppure un’occhiata allo schermo, storia di nessun peso, spettacolo usa e getta, chissenefrega.

La mamma accompagnatrice ha radunato i bambini e li ha guidati all’uscita dopo aver controllato che non avessero lasciato niente sui sedili. Le nove ragazzine sono schizzate fuori ridendo isteriche, tutte tirando fuori dalla tasca all’unisono i telefoni, ribaltando nella foga i contenitori dei popcorn. Una di loro evidentemente non ne aveva mangiata neanche metà, e i fiocchi di mais si sono sparsi per il pavimento.

Solo alla fine, quando le luci stavano per riaccendersi, ho notato che mancava nel mucchio la tipica figura da cinema che di solito c’è sempre, e cioè il “tizio con la tosse grassa”. Ma a parte questo credo che il pubblico sia stato esattamente quello che pensavo di trovare, non esattamente interessante ma neppure troppo anonimo; con delle punte di interesse (la Madre! Ma anche la coppia di sposi) e con delle conferme prevedibili (ragazzini/e). Ci sono stati un po’ di caos e risatine, bagliore di cellulari molto fastidioso, scarso interesse per il film e qualche battuta scema, ma tutto sommato niente di insopportabile. Per cui, considerato il contesto, direi che gli spettatori si meritano una sufficienza scarsa.

Riguardo a Game Therapy, e agli altri possibili film come questo, posso dire solo che ritornerò a girarmi verso lo schermo solo quando il mondo del cinema italiano smetterà di vedere qualsiasi prospettiva di avanzamento, di miglioramento e di arricchimento solamente come un mezzo per far soldi in fretta, nel modo meno rischioso e banale possibile, affidando le pellicole in mano a degli incapaci, e senza alcuna ricerca e/o interesse e/o rispetto nei confronti del pubblico presente, passato e futuro.

Mi diletto di stregoneria. Laureato all’Harvard Business School, ho viaggiato in lungo e in largo. Ho avuto la peste bubbonica e questo è stato il periodo più sereno della mia esistenza. Ho visto L’esorcista 170 volte, e mi sganascio dalle risate tutte le porche volte che me lo vado a rivedere, Per non parlare del fatto che anche se stramorto sono ancora qui. Allora che ve ne pare? Sono buone le referenze?

2 Comments

    • Gli 88 Folli
      febbraio 11, 2016
      Gli 88 Folli

      Allora siamo nel 2016 perché mollate ancora i link alle vostre rece che NON SI FA?

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