Il Canto della Rivolta pt. 2 – Hunger Game Over


La saga degli Hunger Games è giunta alla sua conclusione. Dopo un terzo capitolo quantomeno interlocutorio in cui non succede praticamente niente e quel poco che succede è fuori campo perché il campo è quasi sempre occupato dallo sguardo attonito di Jennifer Lawrence (no, seriamente: riguardandolo si nota abbastanza chiaramente come l’obiettivo sia allungare il brodo il più possibile per raggiungere un minutaggio che giustificasse i due film) si arriva finalmente al compimento del percorso di destabilizzazione della dittatura di Panem, iniziato quando Katniss si offrì di sostituire la sorella Prim nei settantaquattresimi Hunger Games.

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Promesse

Per me la curiosità maggiore di quest’ultimo capitolo della serie stava proprio nel vedere come avrebbero reso tutto l’ingegnoso e spettacolare sistema di trappole posto a difesa di Capitol, l’orrore che Katniss deve attraversare per terminare la sua ordalìa, la carneficina della squadra 451 (un omaggio a Ray Bradbury abbastanza ovvio ma non per questo meno gradito).

Purtroppo le mie aspettative, con ogni evidenza, non rispecchiano quelle del target “young adult” (posto che in effetti la prima parte della categoria mi va ormai stretta e la seconda ancora assai larga) a cui si rivolgono i romanzi e i film: su due ore abbondanti di film l’azione vera e propria occupa una minima parte, mentre un sacco di minuti sono dedicati al triangolo amoroso fra Gale, Katniss e Peeta, con dialoghi micidiali per inconcludenza e peso specifico. “Lei ti ama davvero” “Ma io sono un mostro” “Sceglierà quello che assicurerà la sua sopravvivenza” e così via.

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Katniss ha scelto

In realtà – penso – ci sono due spiegazioni più prosaiche all’assenza di azione in un film di fantascienza distopica in cui un gruppo di rivoluzionari combatte a favore di telecamera.

Lo stipendio del cast: ci sono talmente tante superstar che il loro cachet probabilmente assorbe gran parte del budget, lasciando gli effetti speciali a lavorare con le briciole. A tutti quelli già elencati si aggiunge Gwendoline Christie, perché ormai quando c’è da impersonare un comandante militare donna l’agenda degli studios di Hollywood ha un numero di telefono solo.

Il maledetto PG-13: in un film dove le persone saltano sulle mine, vengono sminuzzate da reti taglienti, sbranate da mostruosi ibridi uomo-lucertola e dilaniate da bombe non si vede una sola goccia di sangue. Non una: è tutto appena accennato, tirato via con una scrollata di spalle. Un po’ del gore è nascosto con le inquadrature e gli stacchi di montaggio, ma l’unico altro sistema per rientrare nei canoni della censura è quello di passare in fretta sulle morti di tutti. Questo, oltre a rendere quasi completamente anonimi e bidimensionali i personaggi al di fuori del solito terzetto, comporta un paradosso all’interno del film stesso.

Provo a spiegarmi: Panem è una nazione in cui per settantacinque anni lo spettacolo principale è stato vedere dei ragazzini scannarsi in un’arena teleripresa. La propaganda televisiva permea ogni aspetto della vita del Paese, ogni minuto di trasmissione è prezioso, tanto che il valore di Katniss non è rappresentato tanto dalla sua destrezza con arco e frecce quanto dalla sua telegenicità. Per questo, quando la rivoluzione raggiunge la Capitale, il Distretto 13 istituisce la squadra delle stelle con l’obiettivo di riprendere la vittoriosa avanzata di Katniss e soci verso il palazzo del Governo. Per lo stesso motivo il presidente Snow dissemina la periferia della città di trappole mortali e telecamere, in modo da trasmettere ai lealisti ogni minima sconfitta dei ribelli, ogni vita persa. (Tanto che Finnick, in proposito, pronuncia la frase “Benvenuti ai settantaseiesimi Hunger Games”). In tutto ciò, l’unica trasmissione di propaganda di Capitol a un pubblico che – ricordiamo – è assuefatto a settantacinque anni di minorenni che si sbudellano a vicenda è costituita da una ripresa a distanza di Pacificatori che fanno saltare un palazzo semivuoto.

ATTENZIONE – DA QUI IN POI SPOILERONE PER CHIUNQUE NON CONOSCESSE LA STORIA

(se invece la si conosce si può evidenziare lo spazio sottostante)

In poche parole, se non mostri mai l’orrore in un film – perché non puoi, non vuoi o perché preferisci dedicare più screentime ai patimenti dei tre protagonisti – c’è poi il problema che di tutto quello che non si vede non ce ne frega un cazzo (chiedo scusa per il tecnicismo). I membri della squadra 451 muoiono come mosche ma nessuno fa una piega, perché tanto contano solo Katniss, Peeta e Gale. Persino la morte di Prim è trattata con superficialità. Prim, santodio. Quella per cui Katniss si è sacrificata fin da subito, la persona più importante di tutte compare talmente poco che quando salta in aria a nessuno frega niente.

FINE SPOILERONE POTETE TOGLIERE LE MANI DAGLI OCCHI

Quello che resta sono le facce di Katniss: se non si può mostrare che i bambini muoiono, si mosterà l’espressione addolorata di Katniss che vede i bambini morire. I momenti più tragici sono punteggiati dai primi piani di una Jennifer Lawrence in overacting spintissimo che porta su di sé tutto il dolore e l’ingiustizia del mondo: la mia impressione è che qualcuno le abbia fatto vedere le facce di Maria Falconetti e le abbia detto “ecco, così, solo un po’ più forte”, ma non ho nessuna prova a sostegno.

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somiglianze?

Vabbé ma allora fa schifo? Non del tutto. C’è un momento di cinema nell’inseguimento nelle fogne: ecco, quello è genuinamente appassionante, forse perché pesantemente ispirato ai corridoi della nave Nostromo. C’è la capacità di Francis Lawrence di creare immagini di grande impatto, soprattutto nelle ambientazioni e nelle inquadrature ampie: la trasposizione in immagini del mondo di Hunger Games è impeccabile.

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niente da dire

C’è anche un tentativo di aggancio a una lettura politica contemporanea (oltre alla satira insita nella distopia della Collins, dico): Snow, parlando dei ribelli che invadono la Capitale, dice che “loro non hanno conosciuto il nostro benessere, la nostra raffinatezza. Per questo ci disprezzano e vogliono distruggerci”. Il fatto che il film sia uscito tre giorni dopo gli attentati terroristici di Parigi rende la coincidenza piuttosto inquietante e ispira un parallelismo ribelli/terroristi che non credo fosse nelle intenzioni iniziali degli sceneggiatori – o se lo era gli è sfuggito di mano.

ATTENZIONE – SECONDO SPOILER DA QUI AL TERMINE

Quanto c’è di buono viene però quasi annichilito dal finale: già nel romanzo si notava come probabilmente fosse una modifica voluta dall’editore per mantenere in vita Katniss, qui il contrasto tra l’epilogo bucolico e il tono sepolcrale del resto del film è ancora più stridente. Non c’è alcuna coerenza tra le immagini degne di una pubblicità del Mulino Bianco e le cicatrici emotive che i due sopravvissuti si portano addosso, e il tentativo di appiccicarle insieme per mezzo dello spiegone  contenuto nel monologo di Katniss al suo secondogenito neonato (neonato che peraltro, senza alcun motivo plausibile, è asiatico) non fa che aumentare il disagio.

(No davvero, perché il figlio di Katniss ha gli occhi a mandorla?)

Hunger Games: Il canto della rivolta – Parte 2: IMDbWikipedia

Luca Traversa
Passa sull’internet senza lasciare traccia e spera di continuare così. Ha due o tre ossessioni e non fa nulla per tenerle per sé.

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This article was written on 09 Dic 2015, and is filled under Binge-watching, Non è il mio genere, Scuse per parlare di film.

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