Il mostro ha nove code


88Presto o tardi, a qualsiasi regista con un minimo di capacità veniva offerto di girare un film di fantascienza, e la cosa accadde anche a me.

In quegli anni la fantascienza tirava, e di mercati ce n’erano tanti: se non andava il cinema – qualche pellicola neppure ci arrivava, ma erano rare – c’era il VHS. Se non andava il VHS c’era la tv, e contemporaneamente c’era il mercato estero, che macinava praticamente tutto.

Io di fantascienza non sapevo nulla, non l’avevo mai girata e non avevo mai avuto l’intenzione di farlo. Poi però mi contattò un faccendiere, uno che andava in giro a raccattare sponsòrr (lo pronunciava proprio così), un omone grosso, peloso e con la fronte bassa da neanderthaliano, che però gli affari li sapeva fare. Il cavernicolo mi disse che se io e i miei fossimo riusciti a tirare fuori un film con astronavi e alieni nel minor tempo possibile, magari piazzandoci dentro una certa tipa della quale ci avrebbe parlato poi, avremmo – una volta tanto – lavorato con una cifra dignitosa, e con un buon margine di guadagno.

Io, che in quegli anni cercavo ancora di aggrapparmi ai miseri resti della mia dignità, all’inizio dissi di no. Ma per un unico semplice fatto: io la fantascienza non la sapevo fare! E mi pareva che accettando l’impegno avrei offeso un genere che vantava ottimi maestri, e grandiose pellicole. Ma il mio contatto mi mise un braccio intorno alle spalle, mi portò in un bar, mi offrì da bere, già che c’era mi offrì anche il pranzo, e insomma ancora prima che arrivassero gli amari avevo accettato.

I guai iniziarono subito dopo quel pranzo, e in pompa magna. Non per i soldi, no. Anzi, quelli arrivarono fin da subito, ed erano proprio quelli che ci erano stati promessi. Ma tutto il resto… assente, evaporato, svanito, out.

Tanto per cominciare, la protagonista femminile ci fu imposta. Ed era quella “tipa” alla quale il Cavernicolo aveva accennato all’inizio. Saltò fuori che la tizia non solo non era attrice, ma non aveva mai recitato. Era semplicemente l’amante di un pezzo grosso del governo, che per farla star buona le aveva promesso di soddisfarle questa voglia. E dato che i soldi comunque doveva metterceli, il tizio aveva detto al Cavernicolo: “Almeno fammi un film di fantascienza, che a me è sempre piaciuta”.

Ma il problema vero, per quanto strano può sembrare, non era quello dell’attrice/amichetta. Anzi, la cosa alla fine ci sembrava il minore dei mali: sarebbe bastato metterla davanti a una telecamera, girare qualche scena turbolenta, qualche fuga, qualche abbraccio col protagonista maschile (per fortuna scelto da noi, e comunque un imbecille), e poi darci sotto di tagli, di montaggio, di musiche elettroniche e doppiatura.

Il problema vero, come dicevo, fu un altro: quando andai a prendere la sceneggiatura, l’Uomo delle Caverne mi fece vedere una locandina. Sopra c’era un tizio grosso con un fucile ancora più grosso, l’amichetta, spazio cosmico e una specie di mostro tentacoli. “Il mostro ha nove code”, c’era scritto sopra.

Ti piace? mi disse il tipo.

Embè? risposi io.

Embé il film è questo, tagliò corto lui.

Quindi, in pratica, al politico lui non aveva venduto un film, ma una locandina, fingendo che dietro ci fosse un film. E noi non solo dovevamo far finta che il film ci fosse, ma anche girarlo in fretta. Con l’amichetta. Incapace, per di più.

Va bene. In casi come questi, salta fuori sempre quel vecchio detto che forse ho citato: quando ci sono i soldi, ci sono le idee.

Per prima cosa chiamai Stortini, che aveva lavorato come soggettista insieme a me ai tempi degli Western con le catapulte, e lo feci venire con urgenza. Lui arrivò con la lambretta.

Stortini, gli dissi, chiama la moglie e dille che tu a casa non torni per almeno due settimane, che abbiamo da girare.

Poi lo caricai su un pullmino, ci caricai anche gli attori, dietro a noi veniva il resto della troupe con tre camion pieni di attrezzi e cose varie, e partimmo verso la periferia.

Il piano era molto semplice. Quando trovavamo qualche pezzo di città abbandonato, fatiscente, polveroso e fràcico scendevamo tutti e giravamo qualche scena a caso. Avevamo deciso che il film – alla faccia della locandina, che tanto il pubblico non ci faceva mai caso – si doveva ambientare in un lontano futuro, qualcosa tipo post-apocalisse, e Roma negli anni sessanta era piena di posti apocalittici. Tutto questo anche se nella locandina apparivano un paio di pianeti e un cielo stellato sullo sfondo. Ma chi ci avrebbe fatto caso? Come se fosse stata la prima volta che sui manifesti appariva una cosa e invece il film era un’altra!

Stortini improvvisava al volo, e un attrezzista gli andava dietro con un quadernaccio dove scriveva ogni cosa (ci sarebbe servito dopo; sia per il doppiaggio sia per capire che cavolo avevamo girato). I due mezzi attori si muovevano su e giù con aria di sapere tutto, e in più pagammo un gruppaccio di motociclisti per venirci dietro e fare le comparse. La storia divenne quella di questa Terra del futuro, devastata da una guerra atomica, e di questo alieno tentacoloso che sbarca perché gli si rompe l’ufo. Beccammo un motociclista grosso, gli facemmo cucire praticamente intorno un costume su misura, attaccammo dei fili da pesca sui tentacoli e poi via di braccia. E per confondere ancora di più le cose questo alieno lo facevamo comparire solo in lontananza, o contro sole, o su un tetto mentre la telecamera era a piano terra. Stortini sviluppò la teoria che il mostro aveva il potere di “spostarsi da una parte all’altra in un lampo” (teletrasporto, lo chiamano oggi), e la cosa è un po’ ironica, perché il vero  scopo di quel potere era quello di far sparire l’alieno dagli occhi degli spettatori prima che quelli avessero il tempo di metterlo a fuoco.

Stortini, in fondo, il suo mestiere lo aveva sempre saputo fare. Leggeva libri e fumetti da quando aveva cinque anni, per cui aveva nella testa una scorta di trame che poteva combinare e scombinare come fa un bambino con le costruzioni. I dialoghi poi se li inventava lì per lì, alla spicciolata. E in pratica durante le scene chi parlava era lui, mentre gli autori facevano il pappagallo, o recitavano i numeri a caso tanto per far vedere che muovevano la bocca.

A un certo punto a un tecnico venne in mente di ficcare dentro anche i motociclisti. Bastò fare qualche modifica alle moto attaccandoci addosso pezzi a casaccio e “protesi” di cartone dipinto per dare loro un’aria più futuristica, e così saltò fuori anche la gang di motociclisti del futuro, che quando faceva comodo andavano alla caccia del nostro eroe, e quando serviva si usavano come vittime del mostro alieno.

Stortini andò avanti a raffica per dodici giorni. Poi però si inceppò.

Il suo problema era come fare fuori un mostro che si poteva teletrasportare via dalle prigioni, dal fuoco, dai proiettili, dalle coltellate… insomma praticamente da tutto. L’idea del mostro coi poteri però era stata sua, e avevamo già girato troppo per cambiare le cose.

Stortini ci rimase male. A vederlo tutto contrito pareva il dottor Frankenstein che non sa come liberarsi del suo mostro, solo con un bicchiere di Fernet in più in mano.

Andò avanti così per due giorni, che noi intanto passammo a girare scene a caso coi motociclisti. Poi l’illuminazione: il mostro NON AVEVA i poteri, ma era un aggeggetto che teneva addosso a darglieli, una roba tecnologica aliena.

Per cui scontro finale, girato in un vecchio ospizio abbandonato. L’eroe attira il mostro lì dentro con l’inganno, e quando il mostro arriva gli fa saltare il trasportatore con un colpo di pistola. Poi lo fa cadere giù per il pozzo di un ascensore. In fondo ci sono pali di ferro, e l’alieno viene trafitto. Rimane laggiù a ululare di dolore, e intanto il nostro eroe si allontana.

Ma come, gli fa il capo dei motociclisti che intanto è diventato suo alleato. Non lo finisci?

No, dice l’eroe. Ha ucciso troppa gente. Deve pagare.

Ma se qualcuno sente le urla? Se pensa che è una persona ferita e la viene ad aiutare? gli risponde il motociclista.

Impossibile, taglia corto l’eroe. Quel mostro maledetto sta per morire. E comunque nessuno viene mai fino a qui, in questa terra radioattiva e devastata. Nell’ospizio, nessuno può sentirti urlare.

E fine.

Il film era orrido, ma piacque. Lo vendemmo in Germania, Spagna e anche in Giappone. Dopo che fu tolto dai cinema un rete privata Modenese se lo prese e lo proiettò tipo per sei mesi, a intervalli regolari.

Il politico fu molto contento, anche se non si sapeva spiegare il cambio di voce della sua amichetta. Ma il bello era che non se lo sapeva spiegare nemmeno lei.

Correva l’anno 1977. Mi dimenticai totalmente di aver girato quel film fino al 1979, quando – passando davanti a un cinema – vidi la locandina di una pellicola americana intitolata Alien.

Mi infilai subito in un bar, ordinai un Fernet, e me lo scolai alla salute di Stortini, che nella sua beata ignoranza continuava a tirare a campare come aveva sempre fatto, senza una lira e senza una soddisfazione, mai. E se non avete capito il perché del brindisi… o siete troppo giovani, o troppo scemi.

Mi diletto di stregoneria. Laureato all’Harvard Business School, ho viaggiato in lungo e in largo. Ho avuto la peste bubbonica e questo è stato il periodo più sereno della mia esistenza. Ho visto L’esorcista 170 volte, e mi sganascio dalle risate tutte le porche volte che me lo vado a rivedere, Per non parlare del fatto che anche se stramorto sono ancora qui. Allora che ve ne pare? Sono buone le referenze?

Lascia un commento

Information

This article was written on 09 Ott 2015, and is filled under Le storie del cine, Scuse per parlare di film.

Current post is tagged

, , ,