Il più grande sogno di Michele Vannucci


Da sempre il cinema, si nutre di storie e di volti presi dalla vita reale. Del resto è quello che fa più in generale chiunque racconti una storia, per quanto ne sappiamo dalla guerra di Troia in poi. Io autore vedo qualcosa che mi colpisce e improvvisamente sento il bisogno di parlarne, non solo perché mi sembra interessante, ma perché ci sono certe storie che spingono chi la racconta ad essere raccontate. Spesso prima ancora che un espediente retorico si tratta di un’esigenza vera e propria.

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Michele Vannucci ad esempio aveva preso le misure a Il più grande sogno già nel 2015. In quell’anno infatti esce Una storia normale (2015) un documentario su Mirko Frezza, ex galeotto alla soglia dei quarant’anni che tenta di reinventarsi un’esistenza lontano dal crimine e dalla violenza.

A conti fatti questa potrebbe essere anche la sinossi de Il più grande sogno, presentato quest’anno a Venezia nella sezione Orizzonti. Qui non siamo più davanti a un documentario, ma a un film vero e proprio ed anche se il regista tiene a precisare che non siamo davanti alla cronaca della vita di Mirko è facile pensare che i legami con la sua vita siano fortissimi.

Basti pensare che anche qui Mirko Frezza è interpretato da se stesso e lo stesso dicasi per la sua figlia minore, Crystel.

Nonostante il contesto sociale sia quello di una borgata di periferia e Mirko abbia molte difficoltà a uscire dalla palude limacciosa della violenza, il film tende ad occuparsi meno della componente criminale rispetto a quella familiare di Mirko, diviso fra una compagna che lo ama con una passione tenerissima, delle figlie che solo ora sta riscoprendo e un padre assolutamente terrificante.

Il più grande sogno oltre ad essere una storia di un possibile riscatto infatti si incentra sulle differenti incarnazioni della figura paterna. Di più, la storia si rivela come una redenzione proprio perché il protagonista ad un certo punto si rifiuta di continuare a seguire il suo untuosissimo padre per iniziare un percorso che lo porterà assai lontano dalle scelte che lo hanno portato fino a qui.

Intendiamoci Mirko non si lagna mai che il male che ha fatto, lo ha compiuto perché ha un padre brutto e cattivo, ma è il film che si preoccupa di farlo emergere con chiarezza, come con altrettanta chiarezza si fa strada in lui l’idea che un padre sia qualcosa di molto diverso da quello che la sorte gli ha riservato.

Il protagonista è affiancato da Alessandro Borghi, fresco di nomination ai David 2016 sia come attore protagonista che come attore non protagonista. Anche stavolta Borghi è alle prese con un personaggio della periferia cattiva della capitale e ancora una volta sembra che questi siano i personaggi che gli riescono meglio. A Boccione vengono affidati tutti i momenti comici del film e Borghi porta perfettamente con movimenti ed espressioni fra lo stralunato e il feroce il contesto locale fatto di grettezza, ignoranza e povertà: le tre sorelle che tipicamente si incontrano nelle periferie.

Vannucci, al suo primo lungometraggio, ha l’abilità di battere sul ferro di una storia che ha il tono giusto per farsi ascoltare. E, anche senza essere ancora in possesso di una sua personalità artistica ben definita, il film scorre senza incappare nei difetti tipici dell’opera prima. Niente onirismi o inquadrature fisse sui volti silenziosi e assorti degli attori, niente pistolotti moralistici e soprattutto niente velleità artistiche sproporzionate. L’unica cosa che denuncia una certa insicurezza è il voice over che qualche volta si fa eccessivamente didascalia, ma per il resto lascia la storia libera da discorsi sui massimi sistemi che molti altri avrebbero cavalcato per il gusto di sentirsi paladini del popolo.

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La sequenza della festa dell’associazione presieduta da Mirko – il momento migliore del film – è una porta che divide la prima parte, più scanzonata dalla seconda, più tesa e drammatica. Durante la festa la gestione dei tempi e la padronanza della macchina da presa lasciano intuire un futuro promettente per un regista che altrove tende a scomparire, prendendo gli elementi di forza del cinema di una nuova scuola di registi di cui Claudio Giovannesi è forse l’esponente più noto e attualmente visibile. Come sempre solo il tempo ci dirà se sbaglio oppure no.

Intanto se lo riuscite a trovare in giro provate a buttargli un’occhiata, non è un capolavoro, ma effettivamente Mirko con la sua imponente fragilità, la sua voglia di vivere in pace la sua vita rappresenta bene la gente delle periferie. E lo fa sia quando prende a legnate un poveraccio che quando si chiede se ce la farà mai ad avere qualcosa di meglio per se e la sua famiglia.

Il più grande sogno – IMDb – Wikipedia

Pilloledicinema
Appassionato di cinema, vivo a Palermo. Per ogni film che vedo scrivo in 140 caratteri una minirecensione su Twitter. A volte non mi contengo e ne vengo a parlare anche qui.

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