Lights Out: James Wan e il cadere in piedi come un gatto


Sono abbastanza convinto che Lights Out sia un classico esempio di meta-cinematografia horror contemporanea involontaria. Nel film abbiamo il fantasma di turno che scompare quando c’è la luce e si manifesta solo con il buio. L’intero ricordo della pellicola nel periodo successivo alla visione, invece, si rivela con un meccanismo direttamente inverso: quando ci si ritrova davanti al trailer compaiono, in una zona ben specifica della corteccia cerebrale, le scene del film che si era dimenticato di aver già visto. Con la breve anticipazione cinematografica, il ricordo della pellicola appare, così, come nel film il fantasma si manifesta solo quando le luci si spengono. Quindi o James Wan è finalmente giunto a quel punto della carriera in cui si può già permettere di sottoporre dei film-supercazzola agli spettatori oppure semplicemente una sera prima di andare a dormire non aveva nulla da leggere, si è ritrovato tra le mani questo copione che ha finito in circa mezz’oretta e ha poi dato il via alla produzione con la convinta affermazione “Sì, ok fate voi”. Potrei sbagliarmi, certo, ma se cercate la verità assoluta in questa pseudo-recensione non c’è trippa per gatti.

Questo film contiene candele.

Questo film contiene candele.

Lights Out è un dimenticabile quanto anonimo horror, uno di quelli che puntualmente escono in territorio italico durante il trimestre estivo, periodo dell’anno in cui in tutto il mondo vengono distribuiti i blockbuster più attesi e da noi il massimo dell’attesa è per lo scoprire se anche quest’anno Raoul Bova sarà nel film estivo di Neri Parenti & co. Prodotto dal maestro Wan, la pellicola diretta da David Sandberg è basata su un suo omonimo cortometraggio dalla medesima trama. Il problema è che riempire tre minuti di suspense è un conto, riempirne un’ora e quindici, titoli di coda esclusi, è un altro. E qui gatta ci cova.

La trama è semplice semplice: c’è questo fantasma che compare solo con il buio e sembra girare attorno ad una determinata famiglia, specialmente alla madre, caduta in depressione dopo la morte del marito in quella che potrebbe essere la sequenza migliore dell’intero film che avviene al minuto tre e quindi non è uno spoiler. Seguiranno relazioni stereotipate, personaggi stereotipati, colpi di scena stereotipati telefonati, un fantasma nato da una relazione extraconiugale tra Babadook e Mowgli de Il libro della giungla e un finale che probabilmente racchiude l’unico vero colpo di scena del film; e infatti il grande successo statunitense ha già spinto la New Line ad annunciarne un sequel. Ma dimentichiamoci di una sceneggiatura scarna, andiamo oltre ad un’idea che poteva essere non male per quanto semplice, ricordiamoci sempre che stiamo parlando di un horror low-budget. Farà almeno paura, no? Sbagliato perché non bisogna mai dire gatto finché non l’hai nel sacco.

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Quel momento in cui ti ricordi di aver lasciato l’euro nel carrello della spesa.

David Sandberg voleva realizzare un film dell’orrore ma non sapeva come fare. Si aggirava pensieroso per casa, stuzzicava costantemente il suo cane che avrebbe solo voluto riposare in pace senza uno stupido umano che lo svegliasse ogni cinque minuti per una dannata carezza e cercava costantemente su Google “come fare un bel film dell’orrore”, cliccando poi su Mi sento fortunato, non riuscendo mai ad infilarsi nella giusta pagina web. David Sandberg aveva capito che non avrebbe risolto la questione rimanendo nella sua abitazione quindi decise di recarsi in libreria. Lì conobbe Fausto, il commesso, al quale chiese se per caso avevano qualche buon libro su come girare delle bellissime pellicole horror. Fausto sorrise e afferrò da sotto il bancone Il manuale degli spaventerelli bubusettete con il commento “E così farai paura a tutti. A tutti quelli di quindici anni in giù”.
Tutto questo per dirvi, cari lettori, che, primo, siete stati molto coraggiosi a leggere per intero la storia di David e Fausto e che, secondo, gli unici momenti di “disagio spettatoriale” sono costituiti da cose che compaiono all’improvviso con contemporaneo innalzamento di volume della colonna sonora. Bastava studiare e impegnarsi un pelo di più, ma d’altronde si sa che la gatta frettolosa fa i gattini ciechi.

In conclusione Lights Out non è un horror orribile che meriterebbe di essere regalato all’Eurospin solo con le spese superiori ai cinque euro, ma si tratta di un prodotto commerciale abilmente studiato a tavolino per impedirgli di essere originale e per permettergli di ottenere un minimo incasso garantito. E, insomma, chiamiamo la gatta gatta e non micia: James Wan ha avuto ancora ragione.

Lights OutWikipedia IMDb

Giacomo Borgatti
I genitori lo iniziano alla settima arte grazie a operai cassaintegrati inglesi che si spogliano per fare qualche soldo. Da quel momento, il cinema è la sua droga. Amante dell’horror, dei musical (ma quanto sono belle quelle coreografie tutte sincronizzate?) e dei fumetti, crede e spera che Christian De Sica sia un’allucinazione collettiva o una grande burla allo spettatore ormai impossibile da fermare.

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