Mamma! Roma


Cominciamo da una considerazione a priori: c’è qualcosa di molto coraggioso, direi perfino sfrontato, nell’avere intitolato il film Roma e nell’averlo girato in b/n. Se poi aggiungiamo che il film è stato presentato a Venezia75, la reazione poteva legittimamente essere: che stai a fa’, Cuarón? Il verso al neorealismo? Come ti permetti? E cosa ci sarebbe di neorealista in questo film di estrazione altoborghese?

Poi vedi il film e vieni ipnotizzato dalla tela di panoramiche e carrelli lenti che osservano avidamente gli ambienti della casa come quando guardi la fotografia della casa dei tuoi nonni e riconosci ogni ghirigoro della tappezzeria; dagli impercettibili tocchi della regia che, senza quasi che te ne accorgi, ti risintonizzano da una scena leggera a un’altra più drammatica; da quel b/n che non ha nulla di neorealista ma è bello come un’epifania.

È stupefacente la maestria con cui Cuarón ha gestito la propria memoria e il bisogno di raccontarla. Questo è un punto che mi preme sottolineare moltissimo perché sappiamo bene tutti come sia difficile essere autobiografici senza risultare ombelicali. E invece la fluidità della narrazione, il distacco dalla materia, il controllo della forma sono completamente al servizio dello spettatore, e si potrebbe andare avanti un’ora a elencare le situazioni in cui Cuarón calibra gli elementi con una padronanza impressionante e un uso intelligentissimo della colonna sonora. L’irruzione in scena del padre, rappresentato da un paio di inquadrature strette sulla sigaretta e sul cambio dell’auto, la banda che arriva quando la madre saluta piangendo il padre, il bambino vestito da astronauta nel bosco (e tra l’altro con Roma Cuarón ci racconta qualcosa di personale anche su Gravity), l’incendio, la corsa di Cleo al cinema che chissà perché mi ha ricordato Jeanne Moreau, quel benedetto androne sempre fonte di problemi, il parto… Scene da guardare e riguardare, e meno male che c’è Netflix.

Laddove Cuarón si ritaglia il non detto intimo è forse proprio in quella strana provocazione di cui si diceva all’inizio, in quanto l’allusione al neorealismo è lampante ma apparentemente ingiustificata. E oltretutto azzardata perché lo spettatore incauto che – come me – non legge nulla prima della visione potrebbe credere di andare a vedere un altro film. Peraltro il barrio Colonia Roma non viene mai menzionato e se non conosci Città del Messico resti legittimamente spiazzato.

Bisogna quindi capirne il motivo. A questo proposito Cuarón ha dichiarato di avere lasciato spesso i bambini recitare senza copione ma è una dichiarazione fuffa perché le scene con i bambini sono sempre molto essenziali e dimostrano solo che Cuarón è un control freak come tutti i suoi colleghi.
Il nocciolo sta ovviamente altrove, forse in una quarta dimensione. Forse Cuarón si è dato le regole del neorealismo (nel senso grossolano di un cinema “non filtrato”) per raccontare qualcosa di molto personale. Forse, decidendo di annegare nei ricordi dolorosi della sua infanzia, Cuarón ha voluto produrre un neorealismo della memoria, e anche stavolta è stato tratto in salvo dalla sua tata, che fa il pari col Kowalsky di Gravity che aiuta Sandra Bullock a ritrovare la realtà. In effetti quello che Cuarón ha creato è una incredibile rilettura onirica del neorealismo. Ma quello che più conta è che Roma è un capolavoro.

Foto ASAC – La Biennale di Venezia

Roma – WikipediaIMDb

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This article was written on 09 Ott 2019, and is filled under Ho un amico per cena, Parlo mai di astrofisica io?, Scuse per parlare di film.

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