Io sono Paddington!


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Dopo non so quanto sono tornato al cinema, quello vero, quello con le poltroncine lo schermo e i popcorn per vedere un film. Cioè, film li avevo rivisti ma si trattava di “cinema d’animazione” allo stato puro, con Rio, Pinguini di Madagascar e compagnia a fare la parte principale.

E unica, ok.

Quindi ritornare a vedere un film con attori in carne e ossa (tranne quello principale, un orsetto, ma non si può avere tutto e tutto insieme) è stata un’esperienza.

Queste sono le cose che capitano ad avere figli.

Ci sistemiamo in galleria, sì in galleria (IN GALLERIA!) perché nei cinema di provincia sta ancora la galleria, che penso nei multisala di città sia più o meno sparita ma su questo dovrete aiutarmi voi dato che l’ultimo film visto in un multisala di città è tipo Matrix dunque si parla di un po’ di tempo fa.

Dopo la pubblicità di imprese locali (ma che bella novità! ma da quanto esiste questa cosa che vai al cine e vedi la pubblicità del negozio di scarpe che sta fisicamente lì a 20 metri?)  parte il film.

(Attenzione: contiene spoiler)

Dopo l’inizio in flashback para-documentario ambientato nel “misterioso Perù” con echi fortissimi di UP e riferimenti all’epoca degli esploratori, quando ancora il mondo era giovane e si poteva ragionevolmente pensare ad un’idea di esploratore senza sorridere, l’orsetto protagonista arriva a Londra, dove si svolge il resto della storia. Dunque, diciamo subito che serve la sospensione dell’incredulità, vi serve per seguire la storia di un orsetto parlante educato in modo molto british che arriva a Londra nascondendosi nella scialuppa di un cargo (battente bandiera… non ci ho fatto caso), ma se andate al cinema senza sospendere l’incredulità, che ci andate a fare?

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Meet me at Paddington Station

La famiglia che trova l’orsetto alla stazione di Paddington (ecco spiegato il nome) è composta da babbo-burbero / mamma-sognatrice / figlia-adolescente / figlio-secondogenito.

Il babbo, il signor Brown, è il Robert di Downton Abbey e per noi downtoniani non serve neanche troppo abituarsi al cambio di panni, dato che fa esattamente il Robert Crawley al quale siamo abituati: un padre burbero in apparenza ma pieno di buoni sentimenti nascosti e con una insospettata capacità di adattamento (Hugh Bonneville, molto bravo anche se forse ormai gli faranno fare solo le parti da padre-burbero-in-apparenza-ma-pieno-di-buoni-sentimenti-nascosti-e-con-una-insospettata-capacità-di-adattamento).

La famiglia molto inglese abita in una casa molto inglese con tanto di governante molto inglese e tutto il film è intessuto di inglesità a così tanti livelli e riferimenti che non saprei da che parte iniziare, dunque segnalerò solo il tassista interpretato da Matt Lucas (lui, quello di Little Britain, di “the only gay in the village” e tanti altri personaggi).

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The only taxi driver in the village

Mentre i bambini mangiano la scorta di patatine popcorn (I POPCORN I POPCORN!) e acqua naturale come se fossero digiuni da mesi e assetati da anni,  il film procede e se lo gustano altrettanto.

Con un uso molto misurato e “cinematografico” della computer graphics, l’orsetto Paddington col suo cappello rosso rimane perfettamente sospeso tra realismo e finzione, in un terreno fantastico. Meno fantastica l’integrazione dell’orsetto in casa Brown, diciamo, anche perché la sua capacità di combinare guai rasenta quella di Mr. Bean (sarà venuto in mente solo a me? sarà un preciso modello? ai posteri)  e i disastri di Paddington fanno sbellicare per complicazione, difficoltà ed effetti (AHAHHAHA GUARDA LA VASCA!).

Guidati  dalle lettere di Paddington alla zia, andiamo avanti in una storia nella quale, mentre si racconta il difficile percorso del riconoscimento, accettazione e integrazione della diversità, si riesce anche a mettere lì una storia che regge, dove un cattivo non può mancare. Anzi: una cattiva.

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L’algida tassidermista

La cattivissima Nicole Kidman, assolutamente credibile nel ruolo della fredda, algida tassidermista, figlia dell’esploratore da cui tutta la storia origina, che vuole semplicemente prendere Paddington e impagliarlo. È lei a causare l’ennesimo disastro casalingo che porterà al momentaneo allontanamento di Paddington da casa Brown (curiosità: la scena in cui Paddington per sfuggire si nasconde nel frigo è stata valutata tra le “scenes of dangerous behaviour” che hanno causato la classificazione ottenuta dalla British Board of Film Classification cioè “bambini accompagnati” bah ).

Come prevedibile non ci riuscirà, dopo una scena di inseguimento sui tetti, dopo passaggi a metà fra Mission Impossible e 007, dopo un aiuto da uno stormo di piccioni, verrà inevitabilmente sconfitta. 

Così, alla fine la famiglia Brown adotta Paddington, la Kidman se ne va ai servizi socialmente utili (in fattoria a curare animali) e tutto il cinema esplode in un applauso convinto (IO SONO PADDINGTON! – urla mio figlio).

Paddington – IMDbWikipedia

§

Note: 

– Io non so se l’applauso al cinema venga considerato disdicevole, un po’ come l’applauso in atterraggio, ma per esperienza vi garantisco che è il miglior indicatore di gradimento da parte dei bambini. 

– Io non so se va bene fare questo discorso che sto per fare e probabilmente no, però lo faccio lo stesso: immaginatevi un film italiano basato su un personaggio per bambini preesistente al film (diciamo Topo Gigio) fatelo interpretare all’attore di una serie famosa (diciamo Claudio Amendola de “I Cesaroni”) e datelo da dirigere ad un regista semi-esordiente (fate voi, sono stanco). Ok.

Diego Mencarelli
Un tempo studiava Cinema, laureandosi pure; ora si è dimenticato quasi tutto. Costruisce siti web da buon artigiano. Vive lontano dai riflettori, anche perché non ha visto nessun riflettore.

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This article was written on 03 Gen 2015, and is filled under Parlo mai di astrofisica io?, Scuse per parlare di film.

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