SHERLOCK, season one o di come ci siamo innamorati di lui


Sherlock Holmes/Benedict Cumberbatch e Dr. John H. Watson/Martin Freeman

Quando ho visto il trailer della prima serie di Sherlock nel 2010 con questo titolo assoluto – il migliore Sherlock che abbiate mai visto, l’unico Sherlock di cui vi importerà d’ora in poi, lo Sherlock migliore che apparirà sugli schermi – ricordo di essermi chiesta come mai nessuno, prima di quel momento, avesse scritturato Martin Freeman per il ruolo del dottor John Watson e subito dopo come mai nessuno avesse pensato di mettere Sherlock Holmes a testa in giù.
I racconti di Sir Arthur Conan Doyle hanno per me la fascinazione unica di essere mai noiosi. Non sono una grande lettrice di genere ma ci sono alcuni personaggi noir che conosco alla perfezione e, come succede per le canzoni che mi hanno fatto innamorare, sono inattaccabili. Sherlock Holmes e John Watson sono tra i più abusati e copiati. L’uno eccentrico e taciturno, quasi incurabile, l’altro responsabile e paziente; l’uno incalcolabile, l’altro imprevedibile. L’uno la rappresentazione migliore dell’intelletto umano, che tende all’infallibile, l’altro l’interpretazione migliore dell’essere umano, che tende alla compassione – nel senso etimologico del termine.

Il primo episodio della serie, The Study in Pink (basato su uno dei racconti più lunghi, A Study in Scarlet), inizia con Watson in preda agli incubi della guerra in Afghanistan, da cui è da poco rientrato dopo aver prestato servizio con i corpi speciali medici della Royal Army. Ha riportato un incidente alla gamba, zoppica, vive in una stanza minimale e vuota, tentando di scrivere un blog personale e, invano, cercando di seguire degli incontri di riabilitazione psicologica. La prima caratterizzazione del personaggio di Watson è realistica e ancorata strettamente a fatti collocabili storicamente e geograficamente in poco più di un minuto, la prima apparizione di Sherlock Holmes è altrettanto realistica ma in un modo esattamente opposto.
Watson sarà, per tutta la prima stagione, l’uomo ancorato alla realtà riconoscibile, presente e solida; Sherlock Holmes, invece, sarà il conoscitore magistrale della realtà parallela, anch’essa presente ma fragile, perché contenuta totalmente nella sua testa. Durante la sua prima apparizione, infatti, non si vede, ma c’è: disturba la conferenza stampa del detective Greg Lestrade, commentando tramite SMS a tutto l’uditorio il suo totale disaccordo. Scotland Yard investiga su una catena di suicidi, ma Sherlock Holmes ha già capito che sono omicidi e lo fa sapere a tutti nel modo più irriverente che conosce.

Nothing happens to me, dice Watson alla psicologa.
You know where to find me. SH, scrive Holmes al detective.

L’incensazione fatta dalla critica ai due creatori della serie, Steven Moffat e Mark Gatiss, puntava soprattutto all’abilità di scrittura, alla creazione di un universo holmesiano moderno eppure così saldamente riferito a quello canonico, risultato di tutti gli adattamenti più o meno riusciti della storia. Hanno sezionato le qualità e i difetti principali dei personaggi letterari per poi potenziarli, riuscendo nel duplice scopo di renderli ulteriormente riconoscibili e di accenderli di una luce nuova.
Watson è quindi presentato in un modo puntuale e quasi riverente: ha bisogno di Sherlock Holmes, anche se non lo crede possibile, diventa il suo coinquilino e aiutante suo malgrado, inizia a risolvere i suoi problemi personali non con la razionalità di un medico, ma con la potente e lucida follia di un consulente investigativo. Dimentica ciò che è sempre stato, ciò che gli è successo: Nothing happens to me.

Holmes, invece, è irriverente, è colui il quale “cura” l’altro a stilettate, a parole sfuggenti, a mente fredda e calcolatrice. Apparentemente non è alla ricerca di nessuno, né di una salvezza. Tutti, in un modo o nell’altro, sanno dove trovarlo: You know where to find me. SH.

Quando i due si incontrano, non può che essere in un laboratorio e Sherlock Holmes fa subito intuire di conoscere le cose come stanno: non perché le ha sapute da qualcuno, ma perché le ha intuite. Lo conquista, letteralmente, come non può non essere conquistata anche l’assistente di laboratorio Molly e Mike Stamford, che li presenta. Anche Watson, sebbene più reticente, viene irretito dalla mente di Sherlock Holmes e quest’ultimo, notando i suoi dubbi, allo stesso modo ne è conquistato.
Quando Watson varca la soglia del laboratorio, è l’unico, assieme a noi, a non aver ancora conosciuto il celebre Sherlock Holmes e tenta di fare le stesse domande che facciamo noi davanti allo schermo: ci mettiamo sottobraccio a Watson e tutti insieme, in quel momento, ci innamoriamo di lui. Decidiamo quindi di stargli accanto anche quando non lo merita, gli salviamo la vita nonostante tutto, lo perdoniamo per non averci raccontato ogni dettaglio della sua famiglia e decidiamo di andare a vivere con lui, accettando le sue condizioni. Sappiamo perfettamente di essere di fronte alla relazione più complicata della nostra vita con l’idiota più intelligente di Londra.

You need to get a job.
Dumb.

Nel secondo episodio della prima stagione, The Blind Banker, il più investigativo dei tre, il metodo deduttivo è il vero protagonista: Sherlock lo usa per decifrare il caso, per conoscere ancora meglio Watson e per farsi conoscere da lui. È anche il motivo della diffidenza della polizia, che lo osserva e si interroga sul suo reale coinvolgimento nei crimini che vuole risolvere. Come ogni supereroe, anche Holmes deve fare i conti con la comune razionalità, quella che, di fronte a capacità mentali illimitate, fa un passo indietro e rinuncia all’analisi.
Il vero polo narrativo di questo episodio è, quindi, la ricerca. Dopo la costruzione del contesto famigliare del primo episodio, che rivela le pericolosità di vivere e agire con Sherlock Holmes, adesso arriva la costruzione dell’ambiente che a volte lo ostacola e altre lo affianca, in una dialettica molto cadenzata, e ci apre le porte della sua testa.

La caratteristica che distingue Benedict Cumberbatch da tutti gli altri moderni Sherlock Holmes è il talento nel mostrare la mente del personaggio: non sono (solo) le movenze, non è (solo) l’attitude, non è (solo) il corpo dell’attore che si mette a servizio, ma c’è qualcosa in più che ci permette di avere di fronte un personaggio credibile e anzi: veritiero. Come Watson, ci dimentichiamo del possibile e abbracciamo l’impossibile perché tutto ci indica che non è una scelta così peregrina.

In una delle guide non ufficiali su Benedict Cumberbatch apparse dopo la release di Sherlock, l’attore dice: «They have let me know that I have huge shoes to fill […] I am probably the 71st Sherlock. We have a few things on our side, so as far as rendering their perfect Holmes, part of it is a blank canvas – part of it is being something totally new.»
Ed è proprio questo il qualcosa in più, che nel secondo episodio si fa evidente: mantenere uno stretto contatto con il passato, sia visivo ma soprattutto letterario, dare agli estimatori esattamente ciò che si aspettano ma all’interno di un mondo attuale e dettagliato, mai lasciato al caso, in cui l’intelletto di Sherlock Holmes acquisisce sfumature nuove, più intriganti e affascinanti. Il finale dell’episodio in questo è perfetto: Watson viene salvato da Holmes grazie all’inappuntabilità del suo metodo, che convince perfino i malviventi a rinunciare.

Sherlock Holmes/Benedict Cumberbatch in "The Blind Banker"

Sherlock Holmes/Benedict Cumberbatch in “The Blind Banker”

Cosa succede quando l’avversario è esattamente come lui?

Il terzo episodio, The Great Game, ruota attorno al nemico per eccellenza di Sherlock, che ci viene finalmente presentato. Già in A Study in Pink una rivelazione apparentemente senza senso ci dava un nome, Moriarty, di cui né Holmes né Watson si erano curati. Moriarty è la nemesi, è chi sarebbe diventato Sherlock se a Sherlock la cattiveria interessasse. A Holmes non importa agire secondo coscienza o bontà delle azioni, interessa solo il gioco mentale, la vittoria, l’intelligenza, l’ossessione alla risoluzione dell’enigma. Sherlock non appiccica alla risoluzione dei casi una morale, non è un “buono” tradizionale; Moriarty usa ciò che Sherlock sa fare meglio, lo sfida ad armi pari sul terreno a lui più congeniale. Fino a quel punto, non abbiamo mai avuto un dubbio che la mente di Holmes potesse essere sconfitta. Adesso, per la prima volta, sì. Quello che accade tra di loro – the great game, appunto – è solo l’inizio. Anche Moriarty fa riferimento direttamente ai racconti originali di Conan Doyle. Moffat e Gatiss anche questa volta non si inventano nulla, non c’è bisogno: basta semplicemente elevare la narrazione.

Il primo duello fra Moriarty e Sherlock è, come prevedibile, giocato a distanza, in un rincorrersi vicendevole. Si rivela fin da subito come una sfida prettamente mentale, riservata a loro due. Moriarty mette in pericolo le vite altrui fin tanto che Sherlock risolve degli enigmi, e se di tanto in tanto la percezione è che al secondo importi umanamente degli sconosciuti, in altri momenti ci viene quasi il dubbio che la questione principale sia la vittoria per la vittoria. Non lo sapremo mai con assoluta certezza, perché l’ultima vittima dei rompicapo è ovviamente Watson.

John Watson/Martin Freeman nell'episodio "The Great Game"

John Watson/Martin Freeman nell’episodio “The Great Game”

Moriarty parla per mano e corpo altrui; quando lo fa con Watson, Sherlock si spazientisce e lo chiama al dovere di un confronto visivo e quindi fisico: si sottrae in qualche modo all’abilità mentale – e spera di poterla ancora usare a suo favore – per portare la partita sul livello inaspettato e corporale.

I’m a specialist, like you.

Moriarty lo accontenta, lo canzona con un tono di voce fastidioso e fintamente preoccupato. L’istinto di Sherlock di capirlo, ispezionarlo, conoscerlo come fa con tutti è invincibile: gli punta una pistola, ma lui non fa una piega. Riceve per mano di Sherlock i documenti che sta cercando, ma:

Boooooring.

Non deve finire così, non può.
L’arrendevolezza non è accettabile.
Il grande gioco si compone solo ad armi pari su un campo-controcampo. Watson non sarà della partita.

Sherlock – IMDbWikipedia

Elena Marinelli
È nata in Molise vicino a un passaggio a livello, ora abita a Milano. È sempre informatissima sui percorsi delle autolinee urbane. Dorme nel posto più vicino alla porta.
Tutto questo, in qualche modo, ha a che fare con il fatto che guarda molti film.

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This article was written on 27 Nov 2015, and is filled under Binge-watching.

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