The Wire e del perché non dovreste perdervi la serie delle serie


e se ve la siete persa, è meglio che la recuperiate al più presto. Nulla rimane uguale dopo che hai visto The Wire. Puoi addirittura diventare Presidente degli Stati Uniti.

The Wire

Jimmy McNulty e Lester Freamon – in una scena di The Wire

Ci sono alcuni eventi televisivi, del cinema o della musica che funzionano un po’ da indicatore, da benchmark per tutti gli altri. The Wire è una perla mai raggiunta, nemmeno a distanza di così tanti anni (13 esattamente dalla prima stagione).

Il mondo si divide spesso in due parti, e questa volta, una volta ancora, è tra chi ha visto The Wire e chi no. Non ci sono mezze misure. Io continuo a pensare sempre che se non hai visto questa serie non sei titolato a dare alcun giudizio su ogni altra serie esistente.

Non è importante se The Wire piaccia o no. È QUANTO può piacervi che fa la differenza per chi la ama. Poco importa che fosse la serie preferita dal presidente Obama, forse l’ultima che ha guardato, e poco importa ciò che è stato di qualche premio vinto o mancato. Può il vostro amore superare il suo? È uno che si impegna, è certo. Così come fa David Simon.

I’ve gotta tell you I’m a huge fan of The Wire, I think it’s one of the (hesitate) greatest … not just… television shows but pieces of art in the last couple of decade. I was a huge fan of it.

Ok, beat this:

Ma facciamo un passo indietro.

The Wire ha una sinossi talmente tanto banale da scoraggiarvi. E se lo fa è un bene, vuol dire che non siete ancora pronti. È un poliziesco puro, la storia è reperibile praticamente su ogni guida tv dal 2002. Un classicissimo intrigo di poliziotti alle prese coi delinquenti, la droga e superiori troppo invischiati con la politica e le sue dinamiche da schiacciare anche l’effettiva buona volontà dei singoli detective della Sezione Omicidi di Baltimora.

Niente di diverso da qualunque film con Sylvester Stallone o niente che non sia già stato visto in ogni poliziesco americano anni ottanta.

Ma il diavolo è nei dettagli, e se vuoi diventare detective sei obbligato a guardare un po’ meglio. E in molti casi, non guardare troppo: potresti scoprire che ciò che vedi non ti piace, è ingiusto ed è fuori dal tuo controllo.

I fondamentali per entrare nei “projects” con gli occhi di Simon sono pochissimi. Simon è un giornalista di nera. La modalità del racconto di The Wire è quella della carta stampata, quella pre-internet come oggi lo conosciamo, ma senza perdere ancora nulla in attualità e freschezza.

La realtà e il realismo qui sono sempre al primo posto e te ne accorgi perché la storia parte piano. Sei quasi lì per mollare, è noiosa, è lenta, è un riquadro in quinta pagina di cronaca, non è il titolone, è un altro omicidio nei bassifondi. Poi arriva un altro elemento, poi scopri il trucco di The Wire. Tutto è coerente con l’umanità dei personaggi, delle scelte, dei luoghi, delle parole. Tutto questo perché l’autore, Simon, è un giornalista con la schiena dritta, cinico e attentissimo alla verità delle incongruenze, lucido e presente.

La prima stagione mostra subito un forte imprinting nel modo di raccontare le storie. Ogni stagione poi sarà un caso a sè, ma i personaggi base rimarranno sempre gli stessi, evolvendosi sempre in qualcosa aderente alla realtà di The Wire, che ovviamente non è sempre piacevole e non ti asseconda.

Tutti cercano la loro strada disperatamente, ossessivamente, che siano i vincenti o i perdenti. Tutti fanno della ricerca della loro linea il loro grande cruccio. La bellezza di The Wire sta spesso qui: questa linea è sfumata, va nella direzione sbagliata, e anche quando è giusta raramente poi paga.

È difficilissimo parlare di The Wire senza spoiler. Ma continuo così.

The Wire è un mondo, un mondo fatto anche di parole incomprensibili, (ennnndemic!) nel quale si deve entrare passo passo, lingua inclusa. Il consiglio è semplice. Se non l’avete mai vista, fatelo, e lasciategli il tempo di conquistarvi. Se invece già sapete di cosa si parla, allora guardare The Wire, di nuovo, dopo 10 anni almeno, sarà ancora molto emozionante.

Quando mi chiedono di descrivere la storia di solito mi fermo: The Wire sfugge più facilmente alle definizioni di quanto si immagini. È una serie poliziesca? Sì. Ci sono gli intrighi politici? Sì.

L’unico termine che mi balza sempre in mente per descriverla è “seminale”. The Wire è l’inizio di una rivoluzione televisiva, forse mai portata veramente a termine. Invidio molto chi non l’ha vista, riprovare quelle sensazioni della prima visione è forse impagabile. Ma due sono le caratteristiche che la fanno entrare nel mito. L’innovazione e la rivoluzione.

The Wire è stata la prima serie della “nuova” televisione per me, quella uscita dal format comedy che molte reti italiane non hanno mai smesso di trasmettere. Non a caso per molti è un culto, quando invece è e rimane solo una storia. Cruda, come dicevo, e vera. Ed è qui che è innovativa.

The Wire sa conquistarti, sa tenerti attaccato a ogni fotogramma e sa farti sognare anche a distanza di anni. Ma soprattutto sa non accontentarti. È la prima serie, nella mia memoria, in cui i personaggi che fanno scelte sbagliate finiscono male. E finiscono male in un modo credibile, umano.

Il McNulty della prima stagione è esattamente lo stesso McNulty della 5a, che paga la sua incapacità di stare alle regole nonostante l’evidente talento di detective. Ma non è sempre il suo essere autodistruttivo a vincere, nulla è mai scritto fino in fondo. È esattamente per questo motivo che continuo a provare tristezza quando, in molte altre serie tutti sanno sempre tutto, tutti capiscono tutto al volo, i personaggi vicini vivono e si intendono alla perfezione. È per questo che raggiungere la qualità di The Wire è difficile. La realtà è rivoluzionaria e difficile.

TheWireBench

Simon è capace di portarci in questa complessità con il talento di un grande cantastorie del lato oscuro, ma soprattutto con la lucidità di un innovatore che si è stufato di vedere il mondo raccontato male. Così te lo racconta lui senza seguire mai un canovaccio e una struttura analoghi tra le puntate, senza nessuna sbavatura e senza affezionarsi a nessuno dei suoi personaggi.

L’esperienza di The Wire ha portato così tanto a chi l’ha costruita e vissuta che ancora attori e produttori sono nella scena da protagonisti. Basta una occhiata al cast per capire veramente la portata rivoluzionaria di un progetto così, impensabile e forse irripetibile.

Si esce arricchiti dall’esperienza di The Wire, le perle, le citazioni, sarebbero infinite. Su tutti, su tutte, Omar: “You Come At the King, You Best Not Miss”.

La sfida alla prossima serie capace di eguagliare The Wire è lanciata ed è aperta da 13 anni. Io mi siedo qui, aspetto e aspetterò ancora molti anni prima di accontentarmi di qualcosa di meno.

The Wire: 60 Episodi da 60 minuti. 2002/2008. Prima visione HBO (Usa) – Da una idea di David Simon, soggetto di David Simon e Ed Burns. Principali interpreti: Dominic West, Idris Elba, Lance Reddick, Sonja Sohn, Michael K. Williams – Sito ufficiale  –  IMDb

Satori
Dal 1981, fa molto di questo solo per avere qualche ingresso gratuito.

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