Venezia 73 – Il riassuntone folle


Schermata 2016-09-21 alle 01.21.06

Quest’anno il Lido ha visto sfilare oltre 160 pellicole, fra concorso, fuori concorso, sezioni laterali e film restaurati, e non so quanti spettatori. Ma tanti, tanti più delle edizioni passate. Complice il bel tempo che attirava i bagnanti, ma soprattutto complice l’apertura della Sala Giardino, accessibile con biglietti a soli 3 euro, la 73esima edizione della Mostra di Venezia sembra avere raggiunto il compimento di una linea programmatica che già coltivava negli anni recenti e che consiste nell’apertura al grande pubblico delle sale e degli spazi di ristoro circostanti. Una politica che si discosta completamente da quella perseguita da Cannes, che è invece inaccessibile alle persone comuni e rende la vita difficile anche agli accreditati. D’altro canto, e limitandoci agli ultimi anni, Cannes ha premiato film “più facili” rispetto a quelli emersi dal Lido: alle Palme d’oro a Haneke, Audiard, Loach, negli ultimi anni la Mostra ha risposto con i Leoni a Rosi, Andersson, Vigas e quest’anno a Lav Diaz. Sembra quasi di rivedere Andrew Loog Oldham che ritaglia l’immagine dei Rolling Stones specularmente a quella dei Beatles. Al di là delle battute, la politica di Venezia è, a mio modo di vedere, decisamente apprezzabile. Il cinema è, in fin dei conti, una forma d’arte popolare e commerciale: giusto quindi aprire le porte a tutti, per quanto possibile. Al contempo, un festival del cinema è un evento culturale e un volano mediatico importante: giusto quindi dare risalto a titoli che altrimenti non troverebbero spazio in nessuna galassia. Forte del fatto che negli ultimi tre anni ha proposto fuori concorso le anteprime dei film che avrebbero fatto il botto agli Oscar (Gravity, Birdman, The Spotlight), Venezia oggi può permettersi di tracciare una propria linea. Una linea che non è, però, priva di ombre. Al di là delle questioni tecniche (il progetto Biennale College – Cinema, avviato per allevare nuovi talenti, è ancora microscopico) e dei problemi di ordine pratico (file chilometriche per mangiare perché l’unica cosa che quest’anno non è aumentata erano proprio i bar e i self service), quest’anno è venuto meno un ingrediente indispensabile di un cinefestival: la reazione sopra le righe del pubblico, che ai festival tifa come allo stadio e concede applausi interminabili o, viceversa, fischia senza pietà. Quest’anno nessuno si è mai spellato le mani per gli applausi e quasi nessuno ha osato fischiare (quantomeno nei film che ho visto), e credo che la dose massiccia di pubblico pagante abbia influito. Se sui fischi non mi dispiaccio troppo, sugli applausi mi rammarico un po’.

27346-Ang_Babaeng_Humayo_-_courtesy_Hazel_Orencio_1

Ha suscitato diverse polemiche, ma la verità è che il Leone d’oro The Woman Who Left di Lav Diaz è un film abbastanza “facile”, molto più di Sacro Gra o del Piccione seduto sul ramo. L’unica difficoltà, per lo spettatore medio, potrebbe essere costituita dal fatto che dura 3 ore e 45 minuti. Una lunghezza, tuttavia, inconsueta più per Diaz stesso, abituato a narrazioni tre volte più lunghe, che per il pubblico, ormai avvezzo a consumare una dopo l’altra le puntate delle serie televisive. Il paragone potrebbe suonare sacrilego, ma la verità è che il film di Diaz procede con ritmo e, pur con le dilatazioni legittime in una tempistica “comoda”, non molla mai la presa del peregrinare fra le tracce del suo passato della protagonista, Horacia, reclusa in carcere per trent’anni e poi lasciata libera grazie a un’imprevista confessione.

Nocturnal Animals, Leone d’Argento Gran Premio della Giuria, è il film che non ti aspetti da uno come Tom Ford. Preciso, pulito, essenziale, e parecchio intenso, racconta una storia semplice – la rivalsa sull’amato che in passato ha frustrato le tue ambizioni – con una complessa architettura narrativa che incrocia in modo efficace tre piani: il presente, i flashback e la lettura di un romanzo. Si tratta di un atto di umiltà, a mio modo di vedere, di Tom Ford che, a giudicare dai titoli di testa, avulsi dal resto del film, punta ad altro e spero che ci riesca. La protagonista Amy Adams, in gran forma, era anche l’interprete di Arrival, dato a lungo come papabile per il Leone. Da queste parti Arrival è piaciuto poco quindi lascio la parola a Luca che ha già prenotato la rece.

Leoni d’Argento per la Migliore Regia, ex aequo Amat Escalante per La Región Salvaje e Andrey Konchalovsky per Paradise. Il primo è l’unico per il quale ho udito timidi fischi. È in effetti un’operazione coraggiosa che, forse proprio per questo, avrebbe necessitato maggior rigore. In una società machista – com’è quella messicana – Escalante mette in scena in modo immaginifico l’Es, raffigurato come una bestia tentacolare che dà piacere e, però, crea dipendenza come una droga. In questa ambiguità risiede l’irrisolto del film: la protagonista è vittima o padrona?

Paradise di Konchalovsky è uno degli svariati film dedicati all’Olocausto presenti in ogni festival. L’Olocausto sembra, a volte, prossimo a diventare un genere cinematografico. Il paradiso del titolo è quello che il gerarca nazista sogna diventi la Germania e al contempo è quello che giudica i protagonisti del film: lui stesso, una donna russa e un collaborazionista francese. Ed è un bel film “di genere”. Negli stessi giorni, nelle sale del Lido scorrevano le ipnotiche immagini, anch’esse in b/n, di Austerlitz di Sergei Loznitsa, un documentario letteralmente concentrato, nel senso che è una macchina fissa, sulla gente che visita i campi di concentramento. Potremmo dire: il distillato del concetto di documentario. Si vedono persone che scattano selfie sorridenti davanti alla scritta Arbeit macht frei e si vedono persone che restano cinque minuti a osservare qualcosa che la mdp non inquadra mai. Come fosse il punto di vista del baratro. È un doc sul “dopo”. Quest’anno, a Venezia, ce ne sono stati tanti di film sul “dopo”.

Il premio per la sceneggiatura è andato a Jackie di Pablo Larrain, con Natalie Portman, protagonista anche del più scarsetto Planetarium (film d’esordio per Lily Rose Depp). Jackie non soddisferà il desiderio di voyerismo nei confronti di questa donna impenetrabile e sempre impeccabile: anzi, ne alimenta il mito mettendone in scena l’estrema consapevolezza del ruolo e la determinazione con cui fino all’ultimo ha combattuto affinché JFK avesse (dopo soli due anni e dieci mesi di mandato e parecchie cazzate, diciamolo una volta per tutte) un funerale degno di un capo di stato. Il film insinua il dubbio: il merito per cui JFK è passato alla storia è di Jackie? Che cosa fa di un mito un mito? Di un’immagine quell’immagine? Quanto si può penetrare nell’anima di una persona? Portman eccezionale. Così come il film scalfisce solo in superficie l’immagine di Jackie, altrettanto gli anni scalfiscono la bellezza perfetta della Portman regalandole intensità.

Questo, del resto, è stato un anno di tante, eccezionali figure femminili e altrettanto eccezionali interpreti, a cominciare da Paula Beer, vincitrice della Coppa Volpi, con Frantz di Ozon, bel film girato in un b/n (fin troppo) esangue ambientato dopo la seconda guerra mondiale a cavallo tra Francia e Germania e in bilico tra i pregiudizi fra i due Paesi, fino a pochi mesi prima nemici. La storia è, però, soprattutto quella di un lungo percorso di elaborazione di un lutto, amoroso e non, nel quale una giovane donna tedesca ricompone i pezzi della sua vita andata in frantumi grazie all’apparizione del soldato francese che ha ucciso il suo fidanzato.

Un’altra grande interpretazione femminile è quella di Judith Chemla in Une vie di Stéphane Brizé, un altro dei numerosi film francesi presenti al Lido, tratto dall’omonimo romanzo di Maupassant. Come il romanzo, anche il film racconta la vita di una donna mostrandone non i momenti clou, ma il dopo, mostrando, cioè, la vita che prosegue dopo che le acque si sono calmate e dopo che quegli eventi hanno smosso in lei un cambiamento. Un anticlimax continuo e una geniale trovata narrativa e cinematografica: quello che c’è dopo il The End, quello che c’è dopo il genere.

27632-Hacksaw_Ridge_1

Altra presenza importante, oltre alla Francia, sono stati gli Stati Uniti, com’è noto. A cominciare da quello che a mio avviso è di molte spanne il miglior film della Mostra. Fuori concorso, Hacksaw Ridge di Mel Gibson è arrivato in sala con la potenza di una bomba. Mel Gibson è matto, ma sa fare cinema e, anzi, certe scene di esasperata, roboante intensità le sanno controllare solo lui e pochi altri, forse proprio perché è matto. In Hacksaw Ridge è riuscito a girare scene di guerra di uno strazio e di un dolore inauditi. Ho perfino avuto l’impressione che, come un mea culpa e una richiesta di perdono, si sia rappresentato nel padre alcolizzato di Andrew Garfield (splendido), ma forse è solo una mia idea.

Altri grandi film a stelle e strisce, candidati a rinnovare la tradizione veneziana al Dolby Theatre di Los Angeles, sono stati The magnificent seven (recensione mia qui), La la Land (la recensione di Giacomo a breve) e The bleeder, che racconta la vera storia del misconosciuto pugile Chuck Wepner che ha ispirato Stallone per Rocky. Una vita strana, la sua, che fin dal principio si è intrecciata con il cinema tanto quasi da sfondare la famosa quarta parete: da sempre innamorato del film Una faccia piena di pugni con Anthony Quinn, viene fortuitamente reclutato per un combattimento con il campione del mondo Muhammad Ali; resta in piedi fino all’ultima ripresa e richiama l’attenzione di Sylvester Stallone. Si gode i cascami della celebrità del film distruggendosi come un animale, finché poi arriva Falardeau, il regista di The bleeder, che lo rilancia nella giostra del cinema. Una vita decisamente postmoderna. Ma soprattutto, ancora una volta, un film che racconta il “dopo”, il fuoriscena.

A fronte delle robuste presenze statunitense e francese, meno smagliante – l’avrete già letto – la compagine italiana. Tra i film in concorso, Liberami di Federica Di Girolamo era il migliore, a mio avviso, ma forse non abbastanza da vincere la sezione Orizzonti come invece è successo. Di grande impatto, punta la macchina da presa sul fenomeno dei preti esorcisti, in esponenziale aumento in tutto il mondo, e sulla fede religiosa ridotta a superstizione.

27960-Koca_D__nya_2

Ma nella sezione Orizzonti ho amato molto di più Koca Dünya, film turco di Reha Erdem. Negli ultimi anni il cinema turco sta uscendo con film bellissimi, frutto di una tecnica matura e al contempo di una personalità marcata, diversamente da altre cinematografie nazionali. Penso, per esempio al cinema argentino, che – a giudicare dalle mie visioni festivaliere degli anni più recenti – è perfetto come manifattura, ma viziato da stilemi e istanze stranieri, statunitensi per lo più. Un esempio è The clan (godibilissimo, per carità), passato in concorso l’anno scorso e uscito in sala nelle scorse settimane. Un altro esempio è il bello ma paraculo El ciudadano ilustre di Gastón Duprat e Mariano Cohn, in concorso quest’anno (Coppa Volpi maschile a Oscar Martínez).

Koca Dünya è un’incantevole favola, precipitata nella realtà più cruda, che racconta il tentativo di due fratelli orfani di sopravvivere alla ferocia del mondo costruendosi una casetta in mezzo ai boschi.

Non ho visto il cinese Bitter Money di Wang Bing, grande favorito sempre per la sezione Orizzonti.

Tornando ai film italiani, Piuma di Roan Johnson, Il più grande sogno di Michele Vannucci e, seppur in misura minore, Tommaso di Kim Rossi Stuart risultano non del tutto riusciti, a causa delle interpretazioni sopra le righe che li penalizzano ingiustamente in quanto tutti e tre storie belle e vitali e ben scritte. Piuma racconta le difficoltà di una coppia di adolescenti di fronte a una gravidanza imprevista; nota di merito, ancora una volta, per una donna: la giovane Blu Yoshimi, sicura stella nascente del nostro cinema. Il più grande sogno nasce dalla vera storia del romano Mirko Frezza, che è anche l’interprete principale (grande corpo cinematografico, pure troppo, appunto), ex carcerato e personaggio carismatico del quartiere La Rustica che cerca di rifarsi una vita candidandosi come presidente del municipio. E infine Tommaso il cui sottotitolo potrebbe essere Quello che gli uomini non dicono. Non a caso ho notato che è stato trattato con benevolenza più dagli uomini che dalle donne. Kim Rossi Stuart racconta la crisi, dichiaratamente autobiografica, di un 40enne incapace di gestire il rapporto con le donne. Ed è probabilmente a causa della poca distanza fra sé e il proprio personaggio – quindi di una sincerità troppo difficile da gestire – che il film perde un po’ d’efficacia. Ancora una volta grandissima interpretazione di una donna, l’esordiente, diafana Camilla Diana.

In concorso, il difficile Spira mirabilis di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti ha diviso il pubblico. Nei festival l’umoralità può giocare brutti scherzi, perciò senza pretesa di sentenza definitiva dico che, sul momento, il mio parere è stato che un film così concettuale dovrebbe essere visivamente più ammaliante.

28828-Indivisibili_1

Tanta roba, invece, Indivisibili di Edoardo De Angelis, su due gemelle siamesi. Ancora una volta il genio campano underground, che già l’anno scorso aveva regalato risultati a mio avviso sublimi, riesce a trascendere la storia in quanto tale facendo di questo corpo doppio qualcosa che manda in tilt lo spettatore. Non avrò mai sufficienti parole per dire quanto il nostro Sud Italia sia una miniera ricca di visioni magiche. Credo che, con Il racconto dei racconti, Matteo Garrone abbia provato a dire questa stessa cosa.

Sulle prime due puntate della serie tv The young Pope di Paolo Sorrentino sospendo il giudizio perché non mi è piaciuto abbiamo tempo per pensarci. Può essere che la presenza di Silvio Orlando smorzerà il cinismo programmatico di Sorrentino. Tanto di guadagnato. Vedremo. Mi rimane la curiosità di vedere Sorrentino dirigere qualcosa non scritto da lui medesimo. Non succederà mai.

Restano note rapide sui film nei quali potreste incappare o che vi consiglio di cercare.27670-One_More_Time_With_Feeling

One more time with feeling, il doc di Andrew Dominik (tanti documentari quest’anno) su Nick Cave, in 3D e b/n: una pazza idea sulla carta e sorprendente sullo schermo. Ne risulta quasi una sorta di gioco di specchi o di superfici riflettenti, e di superfici frammentate e fragili attraverso le quali Nick Cave si mostra in un momento speciale e drammatico della sua esistenza, dopo la perdita del figlio in un incidente.

Kings of the Belgians di Peter Brosens e Jessica Hope Woodworth è una nuova, buffa e sottilmente corrosiva commedia belga sul potere costituito e sulla vuotezza dei ruoli. Racconta il rocambolesco viaggio verso il Belgio attraverso i Balcani di un immaginario re del Belgio e la sua delegazione rimasti bloccati in Turchia da una tempesta solare (!) mentre è in corso una scissione fra valloni e fiamminghi (!).

American anarchist di Charlie Siskel, è l’intervista a William Powell, autore del manuale Anarchist, the cookbook, che insegna come confezionare esplosivi e varie strategie di guerriglia. Il giovanissimo Powell lo scrisse nel 1971 (anno di sconcertante violenza cinematografica), esasperato dalla violenza delle forze dell’ordine a danno dei manifestanti, e ancora oggi, benché non più edito, viene puntualmente ritrovato in ogni casa di ogni attentatore, dal Bataclan a Columbine. Pare ne circolino 2 milioni di copie in tutto il mondo. L’autore, del tutto ignaro della diffusione del suo libro, ha scelto una strada di vita del tutto diversa (l’educatore). L’intervista è scioccante e, in qualche modo, violenta.

Dawson City di Bill Morrison è un altro doc, ma più confortevole e confortante. Racconta l’origine dell’archivio di cinema muto della cittadina di Dawson, sulle rive del Klondike (zio Paperone!). Storia bellissima: Dawson è nata con la corsa dell’oro. I film arrivavano lassù come ultima tappa del giro, anche cinque anni dopo dalla prima uscita in sala, e là restavano perché i costi per riportarli in California sarebbero stati troppo alti. Il ritrovamento fortuito negli anni 70, in una piscina interrata, di queste pellicole ha costituito una grande scoperta perché l’80% dei film muti, girati con pellicole al nitrato, è andato perduto. Il film mostra i fotogrammi, muti e parzialmente rovinati, come reperti archeologici di nuova concezione, come i graffiti nella grotta Chauvet di Herozg. In America i lavori edili si fermano perché sotto terra si trovano dei rulli… Piaccia o non piaccia, gli Stati Uniti, per come sono oggi, sono nati insieme al cinema.

The journey di Nick Hamm, con due pezzi da 90 come Timothy Spall e Colm Meaney, racconta il viaggio in auto che nel 2007 i due leader del DUP e del Sinn Féin furono costretti a fare in occasione di un fallimentare incontro riconciliatorio in Scozia, e nel corso del quale riuscirono a superare le distanze e a trovare l’accordo che li avrebbe condotti non solo a mettere fine alla guerra, ma anche a dare vita a un solido duumvirato governativo per l’Irlanda del Nord. Anche questo film, davvero godibile, smonta la politica costituita come King of the Belgians.

Sami blood di Amanda Kernell lo cito perché mi è piaciuto tanto, ma non lo troverete da nessuna parte. Film svedese sui sami, o lapponi. I lapponi in Svezia, fino a qualche anno fa, erano come gli aborigeni in Australia o i nativi negli Usa: considerati selvaggi, vivevano nelle loro terre o, se si mescolavano alla popolazione, finivano per lo più alcolizzati e/o emarginati. Questa piaga sociale è raccontata in un modo che non ti aspetti: per nulla sociologico e buonista ma al contrario psicologico e introspettivo, il film adotta il punto di vista di una donna sami che ha abbandonato la sua famiglia, è riuscita a inserirsi nella civiltà svedese e in vecchiaia torna a fare i conti con se stessa. Un punto di vista impietoso, ma molto universale, che trascende l’aspetto sociale in quanto tale e che ancora una volta mi fa dire Hurrah per il cinema svedese, tanto capace di insinuarsi con sensibilità nelle pieghe della psiche e, forse, tanto figlio di Bergman. Difficilmente deludono i film svedesi che salgono alla ribalta internazionale.

28276-Geumul__The_Net__3

Poi c’è stato Kim Ki-duk, che è sempre bello ritrovare. Geumul, o The net in inglese, è stato presentato nella nuova sezione Cinema in giardino creata a ruota dell’apertura della nuova sala, una sezione che è suonata, a volte, come interlocutoria: in pasto al grande pubblico ma non meritevole di essere né dentro né fuori il concorso. In ogni caso Ki-duk sta bene e ha scelto di calare la sua infinita classe nell’attualità del mondo concreto. Il film è incentrato sulla divisione fra le due Coree, ma va oltre il dato storico-politico. Pure troppo, forse, se l’urgenza era di mandare un messaggio. Ma è Kim Ki-duk e ci sta dicendo delle cose.

 

Federica Guarnieri
Per lavoro scrivo di viaggi. Nel tempo libero viaggio con i film.

Lascia un commento

Information

This article was written on 22 Set 2016, and is filled under Ho un amico per cena, Le storie del cine, Scuse per parlare di film.

Current post is tagged

, , , ,