Violenza ad una vergine nella terra dei morti viventi, e ho detto tutto


C’è stato un periodo storico in cui mostrare un seno sullo schermo cinematografico non era visto così di buon occhio. Un periodo storico pieno di moralità e pudore che, talvolta, rientra negli incubi dei fratelli Vanzina e di Neri Parenti, facendogli passare qualche notte nel terrore che questo momento possa ritornare. Poi, lentamente, dagli anni ’60 in poi, grazie anche alla rivoluzione sessuale che imperversava tra Stati Uniti ed Europa, le  cose sono cominciate a cambiare. Soprattutto in Francia si assiste ad una vera e propria liberalizzazione con i tabù che vengono abbattuti e nudi (prevalentemente femminili) che diventano popolari e di routine sulle copertine delle riviste. La censura cinematografica francese, invece, la pensa in modo diverso: con De Gaulle, un bel giro di vite a favore del cinema di qualità che penalizza quello d’exploitation e, di conseguenza, quello di genere. Ed è proprio grazie all’erotismo che gli autori del cinema di genere riescono a sopravvivere e si fanno notare guadagnandosi l’esportazione, e maggiore visibilità, negli Stati Uniti. Jean Rollin è uno di questi.

Lui

Lui

Jean Rollin, regista dalla buona capacità nel cavarsela con i pochissimi mezzi a disposizione e pessimo sceneggiatore, arriva al cinema di genere per una serie di coincidenze: il suo primo film, Le viol du vampire, nasce come mediometraggio poi trasformato in film grazie a riprese aggiuntive che allungano il brodo rendendolo imbevibile. Il film però viene visto da 45mila parigini a causa della difficoltà di distribuzione di altre pellicole durante il maggio francese del 1968. Il film viene criticamente distrutto, tanto che viene coniato il termine “rollinade” per indicare pellicole caratterizzate da trama banale e incomprensibili scene casuali di sesso. Un inizio di carriera non semplice per un regista che narrerà storie di vampiri tanto quanto Sylvester Stallone di guerra. Rollin ci prova un paio di volte poi alla terza, con Le frisson des vampires, realizza il suo miglior film. Leggete bene, il suo miglior film.

Le frisson des vampires, distribuito in Italia con il fantastico titolo Violenza ad una vergine nella terra dei morti viventi (per gli amanti dei codici fiscali VauVnTdMV), non è malaccio. Certo, si nota subito che è stato girato con il resto di una spesa al panificio: quattro costumi (quando li indossano) e tre set ripresi da qualsiasi angolazione per tentare di dare un’anima a degli ambienti che più squallidi di così ci sono solo i bagni dell’Autogrill. Rollin racconta la vicenda di una coppia di novelli sposini che, prima di partire in viaggio di nozze, passano a trovare dei lontani cugini dati per morti. Inutile dire che si ritroveranno in un castello tra vampiri assatanati e rituali discutibili. Una sorta di Rocky Horror Picture Show senza dolci travestiti e salti temporali.

Jean Rollin però dimostra una certa propensione al genere, infilando anche una serie di buone intuizioni: un montaggio a tratti capace di spaventare lo spettatore anche quarant’anni più tardi (o forse mi sto rammollendo io) e qualche idea visiva notevole come la vampira che esce dall’orologio a pendolo o i rituali nei sotterranei, di cartone, del castello, sempre più illuminato di rosso mano a mano che i vampiri hanno la meglio sugli ignari protagonisti.

Vampiri: imbattibili a nascondino

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Ma veniamo alla caratteristica principale: i nudi. Vi ho fatto tutto un discorsone all’inizio, mi sembra il minimo. Ecco, qui il regista si dimostra all’altezza del termine a lui affibbiato coinvolgendo due ragazze che in momenti casuali si spogliano solo per essere toccate in maniera totalmente non-sense dai cugini di campagna. Nel senso che sono cugini e vivono in campagna. Per non parlare della protagonista femminile, tale Sandra Julien, che, bellissima ragazza eh, si ritrova a recitare in stato catatonico perennemente senza vesti di nessun tipo. Comunque dopo un paio di nudi ci si abitua e si avanti nella visione senza problemi.

Resta il fatto che Violenza ad una vergine eccetera eccetera rappresenta uno spaccato della situazione europea, ma non solo, del cinema di genere: relegato ai circuiti più commerciali, bistrattato dai produttori e con registi più o meno capaci che tentano di portare a casa un risultato decente alla fine della giornata, talvolta riuscendo anche a realizzare dei piccoli capolavori. Rollin però non realizza un film appartenente a quest’ultima categoria; caratterizzato da un ritmo notevole e uno svolgimento che sembra quasi un diretto sequel temporale ai film horror gotici italiani e inglesi degli anni ’60 (con un pizzico di decadentismo involontario a causa di un budget inesistente), perde l’intero fascino a causa di interpretazioni sussurrate in perfetto stile stereotipato francese, una trama molto debole e dialoghi scritti un quarto d’ora prima di iniziare le riprese. Rollin racconta una trama estremamente semplice utilizzando una discreta quantità di surrealismo che va dalle spiegazioni del vampirisimo (rito pagano che parte dalla religione egizia, prosegue come branca del cristianesimo e poi non si capisce più niente, buttando tutto in vacca) fino a situazioni di grande immobilità che sfocia in movimenti improvvisi. Insomma, in momento in cui il vampiro è relegato a qualche telefilm e film per ragazzine o trattato come un eroe dei fumetti (Dracula Untold, santo cielo), Le frisson des vampires è un buon memorandum per lo spettatore circa la figura mitologico-mostruosa dai canini aguzzi, facendogli ricordare che una volta sbrilluccicavano solo le pietre preziose.

Pistola e foulard, il kit del perfetto cacciatore di vampiri

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Violenza ad una vergine nella terra dei morti viventiIMDb Wikipedia

Giacomo Borgatti
I genitori lo iniziano alla settima arte grazie a operai cassaintegrati inglesi che si spogliano per fare qualche soldo. Da quel momento, il cinema è la sua droga. Amante dell’horror, dei musical (ma quanto sono belle quelle coreografie tutte sincronizzate?) e dei fumetti, crede e spera che Christian De Sica sia un’allucinazione collettiva o una grande burla allo spettatore ormai impossibile da fermare.

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